Il 2018 è stato un anno particolare per Mario Piazza, è iniziato con il ricevimento, nel mese di marzo, dell’importante riconoscimento di Cavaliere della Repubblica Italiana, titolo conferito dal Presidente Mattarella per i meriti del suo lavoro con cui ha diffuso la cultura italiana all’estero. Il maestro Piazza, docente di Composizione all’Accademia Nazionale di Danza di Roma dal 2015, ha coreografato per il Mahattan Music and  Art di New York, il Teatro dell’Opera di Varsavia, per l’ Opera House di Sofia, per il Macerata Opera, per il Teatro di San Carlo  di Napoli, il Teatro del Maggio di Firenze, lo Schlosser Theater di Vienna, è stato Coreografo in residenza  presso il Ballets de France per quattro anni, per il Teatro dell’Opera di Roma, i Teatri d’Europa, ed ha lavorato a Dubai, in Canada, negli USA, in Germania e in Sud America. Il 2018 si è conclude con l’assegnazione del Premio Eccellenze della danza del direttore artistico Antonio Desiderio, che attesta la stima dell’ambiente coreico italiano nei suoi confronti.

Mario Piazza è nato a Montreal ed ha studiato in giro per l’Europa e gli Stati Uniti dopo aver ricevuto, fin da piccolo, un’educazione ricca sia dal punto di vista culturale che sportivo.

 

Come riassume gli anni della sua formazione?

La riassumo con un’espressione: ebreo errante. Per me non è solo la definizione delle mie origini e della mia identità culturale, ma è effettivamente la realtà della mia essenza di danzatore e coreografo. Oltre alla mia formazione iniziale in Canada, sono stato in Francia e ritengo che un momento importante sia stato il mio periodo di studio a Torino con Susanna Egri e Sara Acquarone. Credo che la natura di chi lavora in ambito artistico sia di essere errante, anche da se stesso, sempre alla ricerca. A 59 anni è la prima volta che sono fermo ad insegnare, composizione coreografica, la mia materia, senza però rinunciare alla mia autonomia di coreografo.

Come ha iniziato la sua attività di coreografo?

Ho iniziato preparando delle coreografie per concorsi che proponevano produzioni per compagnie professionali dei teatri. A Parigi, in un concorso, mi vide Evgenij Poliakov ( allora direttore del MaggioDanza) e mi invitò a produrre una creazione per il Maggio musicale Fiorentino. Allora funzionava così.

Come si trova a contatto con i giovani allievi dell’Accademia?

Per me insegnare in Accademia non è stato l’inizio di un nuovo percorso, è stato il naturale proseguimento di un processo iniziato quando ho cominciato a fare la mie prime coreografie. Sto mettendo in pratica, non con danzatori professionisti, un lavoro avviato quando ho iniziato a concentrarmi sul lavoro creativo del coreografo. In Accademia sto portando la mia esperienza diretta, differenziata secondo i vari indirizzi di studio, per il classico invito a lavorare sulle composizioni del loro programma di studio. L’anno scorso, con i ragazzi dell’indirizzo classico, abbiamo fatto un lavoro di composizione coreografica su Pulcinella di Stravinsky e sul Mandarino meraviglioso di Bartók.

Per il contemporaneo parto dai teorici che hanno rivoluzionato il pensiero coreutico, da Delsarte a Ruth St. Denis e Ted Shawn, o a pensatori che hanno influenzato la danza moderna come Friedrich Nietzsche. Cerco anche di applicare i vari sistemi compositivi utilizzati nel tempo, se uso il metodo aleatorio, quello elaborato da Cage e Cunningham, si lavora su un certo tipo percorso. Si studiano i vari metodi di improvvisazione, oppure si possono analizzare i processi creativi dei coreografi contemporanei con riferimento alla nuova danza israeliana e a coloro che sono venuti dopo Ohad Naharin. Negli anni scorsi abbiamo lavorato ispirandoci alla letteratura steampunk, nata negli anni ’80, che ambienta storie fantascientifiche ed anacronistiche in epoca elisabettiana. La composizione coreografica va studiata, ed anche in questo caso si evidenziano i talenti e le diverse attitudini. Propongo inoltre, una mia rielaborazione matematica del metodo aleatorio che aiuta i ragazzi a cercare nuovi modi di comporre, anche se si viene da una formazione classica.

Ritiene di aver portato un’aria di innovazione in Accademia?

Sono molto rispettoso del lavoro degli altri, i ragazzi arrivano alle lezioni di composizione con il loro bagaglio e la preparazione degli altri colleghi, poi propongo il mio programma in cui pretendo che ognuno porti la propria tecnica e si esprima creativamente con essa.

Cosa vede nei ragazzi che in questi anni sono passati attraverso il suo lavoro?

Dal punto di vista artistico c’è un’enorme voglia di esprimersi e di esistere, c’è poi da considerare che tutti però finiscono col pensare di non poter lavorare in Italia. La maggior parte degli studenti che ho avuto stanno in effetti lavorando fuori dall’Italia.

Dunque l’Italia, anche nel campo artistico, sta impegnando risorse per creare artisti e coreografi che poi lavoreranno all’estero?

Ma questo è purtroppo un processo che viene da lontano: quando si sono distrutte le compagnie intermedie e piccole, e quindi si è tagliata la possibilità di lavorare e di crescere dal basso. Non voglio fare polemiche ma dal punto di vista artistico è mancata la lungimiranza. Come per la ricerca scientifica, non si capisce perché i nostri migliori la debbano fare all’estero. I nostri artisti lavoreranno nei teatri di tutto il mondo. Comunque, dal punto di vista personale, viaggiare, partire, cercare altrove il proprio modo di esprimersi, non è una cosa drammatica. L’artista, se non riesce ad esprimersi, deve trovare altrove la possibilità di fare ricerca e di lavorare in maniera innovativa. Andare via non è un dramma, per me l’andare via, fa parte della natura dell’artista. Non mi spaventa reinventarmi e cambiare.

Nel mondo della danza, che utilizza un linguaggio universale, in effetti, non esistono veri confini. Come si lavora all’estero?

Ci sono modi di agire completamente diversi. Il Ballet de France, con cui ho collaborato per quattro anni, è un’esperienza davvero originale. E’ gestito da giovani di non più di 24 anni, esperti di management e gestione economica che, attraverso l’analisi del territorio in cui lavorano, hanno proposto un progetto autonomo finanziariamente che si autoproduce e cresce in maniera a spirale e graduale. Il coreografo è messo in condizione di avere ciò di cui ha bisogno. E’ una struttura in cui amministrazione, organizzazione, ballerini e creatori, sono tutti di alto livello e quindi tutto funziona. Il progetto nasce dall’andamento della vendita dei biglietti e del gradimento del pubblico. La qualità artistica è trasformata in economia. In Italia questa mentalità è completamente assente e si vive ancora sul finanziamento pubblico. Poi ci sono luoghi in cui , solo lì, possono succedere certe cose. Quattro anni fa sono stato chiamato a lavorare a New York in una produzione dove c’erano cantanti, attori, ballerini, ed ognuno veniva da paesi diversi ma c’era un comun denominatore che era l’ascolto ed ho fatto un lavoro su Don Chisciotte su musiche di Astor Piazzolla. In quel caso vengono a vederti lavorare i finanziatori e, ad un certo punto tra loro, c’era la vedova di Piazzolla che mi ha fatto i complimenti per il mio lavoro. Ecco queste cose possono succedere solo a New York. Sono stato abituato a lavorare in un’atmosfera culturale ricca e dinamica con Lindsay Kemp e i grandi talenti che lo circondavano. Ancora ora, cerco un ambiente stimolante, artisticamente vivo, per me è indispensabile, dove trovo stasi, noia, depressione, vado via. Bisogna andare e cercare la propria isola felice. In Italia i teatri e le compagnie stanno chiudendo dal 2000, eppure non si è fatto nulla per cambiare questa tendenza. Sono dell’idea che come tutto finisce, tutto ricomincia. Quindi bisogna rimboccarsi le maniche per ricominciare.

Come continua la sua attività di coreografo?

La mia attività da coreografo continua come nel recente passato in cui ho lavorato per il Teatro Filarmonico di Verona realizzando Il Mandarino meraviglioso, oppure la mia versione di Schiaccianoci per il Balletto di Roma che è stato replicato per oltre dieci anni. Ora cambio pagina perché mi piace sempre variare. I miei progetti sono per ora top secret. Ho in programma tre nuove creazioni, con tre diverse produzioni, una per i primi di marzo, una per giugno e un’altra a settembre, ma per ora non posso dire di più. Voglio cambiare anche modo di rapportarmi alla comunicazione di questi nuovi progetti che verranno presentati all’ultimo momento. La società va avanti e dobbiamo immaginare un nuovo modo di lavorare e fare danza, le compagnie in Italia avranno sempre più difficoltà. Ho visto che in ogni paese si lavora in maniera diversa, in Francia in un modo, in Belgio in un altro e in Cina un altro modo ancora. Mi sto rapportando con tre paesi diversi ma tutti hanno accettato la mia proposta di partire con una comunicazione immediata e veloce, quasi da snapchat.

Quanto è importante per lei la cultura ebraica, ha sempre fatto parte della sua formazione o è una scoperta fatta da adulto?

E’ una mia identità che non posso scindere da quello che io sono. Come dice il filosofo Spinoza, fa parte della mia essenza e quindi è parte di me, della mia natura, dell’universo di cui faccio parte. Sono stato educato alle scuole ebraiche e come danzatore è parte della mia ricerca di innovazione e cambiamento. Mi affido sia alla formazione che ho avuto, sia all’incontro con le altre culture. Pur non essendo stato mai un ortodosso, la cultura ebraica fa parte di me. Non limita la mia libertà, mi sento legato alla mia famiglia e tradizione ma non mi sento chiuso in costrizioni religiose, così come non sono legato a certe etichette artistiche. Non sono un coreografo italiano o ebreo, sono un coreografo. E quando mi chiedono in che stile, in che genere ti identifichi? Rispondo che sono un coreografo e che il mio compito è destabilizzare, non rispettare dei cliché e delle forme definite. Cosa hanno fatto nel passato artisti come Isadora Duncan, Loïe Fuller, Vaslav Nijinsky se non destabilizzare? Cosa fa oggi Marina Abramovic? C’è bisogno di una rivoluzione culturale, soprattutto in Italia, è necessario cambiare e rivoluzionare il modo di pensare, di agire, a cominciare dal pensiero artistico.

 

Roberta Albano

 

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