Dal 14 al 25 maggio il Teatro di San Carlo ha omaggiato il pubblico del Massimo napoletano di una nuova produzione, un balletto in due atti tratto dal racconto Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll. Alice in Wonderland è un progetto che nasce nel 2014-2015 commissionato al coreografo Gianluca Schiavoni dall’allora maître de ballet Lienz Chang. Il lavoro utilizza musiche preesistenti ̶ nel primo atto quelle di Pëtr Il’Ič Čajkovskij; nel secondo quelle di Aram Il’Ič Chačaturjan – legate insieme da alcuni brani inediti composti dal maestro Alberto Nannetti volti a cucire insieme il ritmo totale dello spettacolo. Un progetto sicuramente molto ambizioso considerando la complessità dell’opera di Carroll, questa caratterizzata non solo dal susseguirsi delle storie raccontate ma soprattutto dalla profondità e dalla contorta psicologia che definisce gli innumerevoli personaggi. Ma se le storie sono state felicemente evocate dalla sapiente costruzione scenotecnica di Andrea Tocchio, animata dall’utilizzo delle magiche proiezioni video create dal maestro Sergio Metalli; la profondità dei personaggi ha trovato poco riscontro negli interpreti del corpo di ballo del Massimo napoletano. Da questo punto di vista, in effetti, nonostante l’obiettivo dichiarato sembrava essere quello di voler raccontare Alice e quindi dar forma al suo rappresentativo conflitto psicologico, ciò che in realtà è emerso dal lavoro di Schiavoni è stata una messa in scena classicheggiante della favola che le tecnologie digitali in uso hanno contributo a camuffare come opera contemporanea. Ma in questo lavoro di contemporaneo non vi è quasi niente, quella del Teatro di San Carlo è stata un Alice nel paese delle “vecchievie”.
Il coreografo ha dichiarato nella conferenza stampa che la scelta della cifra linguistica è ricaduta sul balletto quale “veicolo potentissimo che può arrivare ad attrarre nuovamente l’attenzione del pubblico”. E il pubblico in effetti è stato attratto dall’evento che ha riempito il Teatro di San Carlo per ben 7 repliche. Ma forse Schiavoni, che dimostra di essere un’artista colto nell’intervista con Elisabetta Testa  esplicitando un interesse profondo per la ricerca di un’estetica coreografica attraverso la danza, si è fatto sfuggire l’occasione di riempire tale estetica di contenuto etico-espressivo, dimenticando di attuare attraverso il linguaggio del balletto un’indagine volta a definire i motivi corporei dei personaggi. Così Alice in Wonderland si muove attraverso i passi di un’Alice – quella interpretata da Luisa Ieluzzi – che nonostante la notevole precisione tecnica manca di variabilità espressiva, dell’ingenua malizia e della sottile follia che dovrebbe caratterizzare l’evoluzione psicologica del suo personaggio. Lo stesso discorso vale per molti altri personaggi coinvolgi nella messa in scena, così come per le sequenze del corpo di ballo. Le linee neo-classiche, di sfumatura a volte Balanchiniana a volte Forsytheiana, colorate in alcuni brevi punti di elementi del linguaggio contemporaneo, non vengono giustificate e contestualizzate dagli interpreti che, carenti di soggettivismo, conducono a proporre un’estetica coreografica vuota, priva dello sperimentalismo che dovrebbe definire la messa in scena di un balletto contemporaneo come quello che in teoria sembra volesse essere presentato. Ma sicuramente la responsabilità di ciò non va imputata unicamente al coreografo quanto anche al corpo di ballo del Massimo napoletano che in questi termini ha dimostrato poca conoscenza dell’evoluzione del balletto nei secoli ed un’ostinatezza nel voler essere ancorato ad una tradizione del passato che rischia di fossilizzare ancora di più i corpi pesanti dei ballerini. Vanno senz’altro considerate e annoverate le eccezioni, in questo lavoro tutte al maschile: dal Cappellaio Matto interpretato da Carlo De Martino al Brucaliffo di Edmondo Tucci; dal virtuoso anche se ancora leggermente acerbo Bianconiglio interpretato da Salvatore Manzo al passionale Fante di Cuori di Alessandro Staiano. Una nota di merito va al giovanissimo Re di Cuori, un allievo della scuola di ballo del Teatro di San Carlo, che nonostante la sua tenera età ha dimostrato un’ammirevole presenza scenica nell’interpretare la sua piccola parte, caratterizzando brillantemente l’ingenua e goffa ironia del suo personaggio.
Originale è stata la proposta dei costumi di scena realizzati da Simona Morresi che hanno offerto, grazie anche alle citazioni provenienti dall’ambito della moda, un impatto visivo importante per consentire la fascinazione del pubblico.
Il mio augurio è che in futuro, grazie soprattutto alla nuova direzione del corpo di ballo da parte del talentuoso Giuseppe Picone, il Massimo napoletano possa aprirsi finalmente al dialogo con il balletto contemporaneo, e offrire al pubblico nuove produzioni in cui si proponga un’evoluzione competitiva delle cifre linguistiche e stilistiche e non la solita attuazione delle forme storicamente istituite.