Ph Luciano Romano
Roberto Bolle fotografato per “Italy of the Cities” installazione di Peter Greenaway per l’Expò Universale di shanghai, Cina, 2010 – ph ® Luciano Romano

Assoluto interprete dell’immagine a tutto campo ha spaziato, nel corso di decenni, dai grandi protagonisti della scena internazionale alle architetture più ardite. Autore di più mostre- l’ultima delle quali allo studio Trisorio – presente con le sue opere in una delle fermate d’arte della Metropolitana di Napoli, docente al Teatro alla Scala di Milano, Luciano Romano nella vita è una persona schiva e gentile che dà grande significato alla qualità e alla verità del suo lavoro.

Com’è nata la passione per la fotografia?
Casualmente, avevo la necessità di tradurre in immagini quello che mi passava per la testa.  Avrei potuto fare l’architetto, il progettista, il designer, professioni che tendono a ricostruire una realtà diversa da quella che ci circonda. Da piccolo ero un bambino particolare, introverso e solitario ma ho sempre vissuto questo aspetto come una risorsa non come una difficoltà. Avevo un’immaginazione molto libera, disegnavo bene, dipingevo, e la mia idea del mondo non collimava con la realtà che vivevo. Sono nato a Napoli ma a un anno mi sono trasferito a Genova e poi a Treviso, quindi sono tornato a vivere a Napoli, a dodici anni. Ho cominciato a fotografare per emulazione, mi feci regalare dai miei genitori la mia prima reflex, abituato a disegnare mi riusciva facile comporre l’immagine, costruire qualcosa dal nulla, ho iniziato così a formare delle inquadrature plausibili.  Oggi mi dedico principalmente alla ricerca artistica nell’ambito della fotografia, è un lavoro totalmente svincolato dalla committenza, e sto conquistando il mio spazio grazie ad un profondo rigore, servendomi un mestiere solido costruito negli anni della professione. Sono un perfezionista per scelta di indipendenza, se la qualità risulta essere superiore alla media non si può essere messi facilmente in discussione.

E la danza? Lei ha fotografato molti dei più grandi ballerini del mondo…
Ho sempre lavorato col movimento, paradossalmente la fotografia ferma il movimento, lo contraddice in qualche modo ma lo può anche esaltare, cogliendolo nell’attimo significativo. Anche fotografando qualcosa di assolutamente statico si può dare l’impressione di un’evoluzione, di un processo dinamico. Fotografare la danza è stata una cosa assolutamente incidentale nel mio percorso. La forma fa parte dell’arte figurativa, il corpo crea delle linee che sono assolutamente ideali quindi sfida la geometria, la fisica, per potersi rappresentare in una maniera ideale che non è quella naturalistica. Ci sono coreografi che lavorano in modo opposto ma la danza nasce con questo tentativo di sfida. Credo di fotografare con lo stesso approccio tante cose diverse, cerco di conservare il mio punto di vista se fotografo un’architettura, un corpo, un oggetto inanimato, seguo la stessa chiave di lettura, in questo modo emerge il mio stile che è l’opposto di chi crea il manierismo di se stesso.

Che cos’è la bellezza?
Un termine non di moda, tutta la critica dell’arte contemporanea diffida da questa parola, chi scrive saggi di estetica ha difficoltà ad usarla in un testo, ma di fronte ad una cosa che veramente gli piace dice “bello” come tutti noi. Oggi è un termine messo in discussione, c’è piuttosto un’idea di relatività della bellezza, secondo me è l’adesione di una forma esteriore ad un’idea interiore, è uno sviluppo necessario di un qualcosa che appartiene alle leggi della natura e della fisica.

Esiste nella fotografia una bellezza oggettiva?
La bellezza è un codice culturale, sappiamo bene che certi canoni cambiano a seconda della latitudine, della religione, di tanti fattori, non è un concetto universale però esiste un minimo comun denominatore, una cosa sana è bella. Un frutto maturo ha la sua bellezza, un fiore nel pieno del suo fulgore, un corpo sano, sono dichiaratamente belli, è ovvio che la malattia, il decadimento, non lo siano affatto. Poi c’è una bellezza che soprattutto in fotografia ha avuto un certo successo, laddove tu rappresenti un luogo decrepito, abbandonato e quel luogo diventa in qualche modo affascinante, più che bellezza è fascino… Come un volto segnato dal tempo che racconta una storia, è affascinante, e allora diventa bello.

Che cosa la colpisce in un danzatore?
La musicalità del gesto. Da cui nascono armonia, qualità, fluidità, e poi naturalmente l’eleganza della linea, che è quella geometrica, quella del valore assoluto, quella ideale, ritorno sempre allo stesso concetto: più una cosa si discosta dalla quotidianità, più mira a sembrare in qualche modo straordinaria perché è una forma che tu hai idealizzato nella tua testa ma è difficile da conseguire… allora qui c’è l’eccezionalità.

Ha avuto l’opportunità di fotografare alcuni tra i più grandi danzatori del mondo, che cosa le hanno insegnato?
La ricerca costante, quotidiana, della perfezione del gesto, che va oltre il virtuosismo dell’atleta e del ginnasta o dell’acrobata, per comunicare un’emozione che va al di là della pura ammirazione. Direi che nel mio lavoro le componenti sono simili, se non hai una tecnica perfezionata giorno per giorno fai fatica a tradurre un’emozione in immagine; nel reportage di uno spettacolo il fotografo deve fissare i momenti più significativi, individuandoli nel fluire continuo delle immagini che ha davanti agli occhi. Per riuscire a cogliere i momenti più efficaci ci vogliono esperienza, fortuna e costanza. Non c’è un’azione veramente creativa in questo ma solo una raccolta di qualcosa che esiste, un’abilità a prevedere un gesto, una situazione e a restituirla sul fotogramma; cominci a creare quando costruisci delle immagini al di fuori del palcoscenico, approfitti della collaborazione del danzatore o dell’attore per costruire delle immagini che in qualche modo si riferiscono al mondo del teatro ma vanno oltre, lì si creano le sinergie più interessanti. Quando ho conosciuto Roberto Bolle (nel 2006 al Teatro San Carlo) era un ballerino molto noto e apprezzato, ma non era una star come lo è adesso, per pura coincidenza l’anno in cui ho iniziato a lavorare con lui ha avuto un’esplosione di notorietà diventando un fenomeno mediatico planetario. Era il periodo dell’Aida di Zeffirelli, inaugurazione della Stagione alla Scala e Bolle, decisamente poco vestito, con una danza molto acrobatica di pochi minuti balzò agli onori della cronaca, oscurando il successo dei cantanti, e facendo infuriare il tenore che per giunta era stato fischiato dal pubblico. Fu divertente vedere le persone in teatro abituate quotidianamente alla sua presenza, cominciare a chiedergli gli autografi! Con lui mi è capitato di essere coinvolto anche in alcuni lavori non strettamente legati al palcoscenico, nel 2010 stavo lavorando con Peter Greenaway per un’installazione all’Expo di Shangai, quando il regista vide le foto e i filmati dedicati alle città italiane disse che serviva animarle con la presenza di un corpo umano, per sottolineare che le città classiche e del rinascimento sono state create dall’uomo e per l’uomo; io avevo sul computer portatile delle fotografie fatte a Bolle in mezzo a delle rovine archeologiche in occasione di alcuni spettacoli, al Colosseo o alla Valle dei Templi di Agrigento: un corpo statuario che volava tra pietre millenarie, l’idea piacque molto e fu l’occasione di farne un testimonial d’eccezione per la cultura italiana davanti agli occhi dei quasi 70 milioni di visitatori della rassegna più visitata di tutti i tempi. Poi è capitata un’analoga occasione con Robert Wilson che ha realizzato “Perchance to dream” un’intera mostra di videoritratti di Roberto esposta a New York, e alcune di queste immagini sono state proiettate per vari giorni anche sui tabelloni di Times Square al posto delle consuete pubblicità.

Esiste la foto perfetta?
Esistono delle foto iconiche che riescono a colpire l’attenzione e te ne accorgi quando la foto è più famosa del fotografo che l’ha fatta.

Tre aggettivi nei quali si identifica?
Perfezionista, visionario e curioso. Potrebbero essere in contraddizione ma la curiosità è la molla che muove tutto. Sono riuscito a fare le cose più interessanti mettendomi in gioco in lavori mai affrontati in precedenza: “la creatività- come diceva Erich Fromm- richiede il coraggio di abbandonare le certezze”.

Che cosa la emoziona?
Qualsiasi cosa che mi stimoli un pensiero. Credo molto nella sedimentazione dell’esperienza, quando invento qualcosa nel campo della fotografia cerco di riferirmi sempre a qualcosa che possiedo, creo quindi una connessione tra ciò che ho dentro e lo stimolo che c’è fuori. L’unico modo per essere originale è avere un rispetto di se stessi, di quello che hai elaborato dentro di te che è unico, come siamo unici fisicamente, nella nostra struttura cellulare. I nostri pensieri sono ancora più unici, se non imiti, riesci a fare delle cose interessanti.

Come si definisce?
La Fotografia, per sua natura si confronta con gli aspetti più disparati della realtà, quella oggettiva e quella reinventata nello spettacolo, è come la scrittura, puoi scrivere un saggio, un articolo, oppure un romanzo, una poesia. A me interessa la fotografia che reinventa in qualche modo la realtà piuttosto che limitarsi a documentarla, e in questo la lezione del Teatro è stata determinante. So distinguere il mio campo di azione, quando faccio arte lo faccio con l’intenzione e la progettualità del processo artistico, quando faccio professione lo faccio con le procedure del lavoro commissionato, con altrettanta serietà ed impegno. Ciò che determina la qualità del tuo risultato è l’approccio.

Qual è il suo rapporto col Teatro San Carlo?
Un rapporto affettivo, è il primo teatro dove ho lavorato. Poi ho un legame molto forte con la Scala perché insegno Fotografia di Spettacolo ai Corsi di formazione dell’Accademia, in questi dieci anni ho avuto la responsabilità di formare giovani professionisti che oggi si cimentano all’Opéra di Parigi, a Barcellona, a New York, a Dublino nei più importanti teatri. E’ una generazione di nuovi fotografi che prima non avevano punti di riferimento educativi. Io sono un autodidatta ma so perfettamente che così bisogna affrontare molte difficoltà per raggiungere dei risultati, fai molti più errori e ci metti molto più tempo, la gavetta è lunga. Io sono stato fortunato, ho cominciato a lavorare molto presto e ho conquistato subito la fiducia dei committenti. Ma se rivedo le mie vecchie foto ho qualcosa da ridire…anche se qualcuna regge ancora…tutta l’esperienza accumulata nel tempo posso trasferirla alle persone che cominciano ora e ne sono ben felice. Sono molto attento a non fare di loro solamente degli ottimi specialisti, gli insegno ad avere una prospettiva aperta a trecentosessanta gradi.

Che cos’è il talento?
E’ qualcosa di innato, di istintivo che ha  la capacità di sopperire in parte alla mancanza di formazione e di cultura. Ci sono persone che pur non avendo una scuola alle spalle riescono ad esprimersi bene grazie ad un enorme talento. Quando il talento è associato ad una grande capacità di autocritica, all’umiltà e al confronto con gli insegnamenti dei maestri, si verifica la nascita di un grande artista. Non credo che il grande artista sia una persona dal talento puro, o semplicemente una persona dal talento ammaestrato, deve avere entrambe le cose.

Attraverso il “terzo occhio” come vede la situazione della danza in Italia?
L’obiettivo non è un terzo occhio ma l’unico occhio attraverso il quale un fotografo “vede”. Alcuni spettacoli visti da spettatore mi annoiano terribilmente, mi manca quella molla che mi spinge a guardare oltre! Con le dovute proporzioni ci sono spettacoli che visti attraverso l’obiettivo fotografico sono di gran lunga più interessanti…Non ho vissuto l’epoca d’oro dei grandi danzatori del secolo come Nureyev , Baryshnikov ma mi sembra che oggi ci sia una struttura più snella, più agile, che tutto sommato si sia superato un periodo di impasse. Prima in Italia la danza era Fracci-centrica, lei ha dato un grande spessore alla figura del ballerino. Non esisterebbe Roberto Bolle se non ci fosse stata Carla Fracci ma neanche Alessandra Ferri, Elisabetta Tearabust, Anna Razzi. All’epoca ci si metteva in competizione con quel tipo di interpretazione, ho visto la Ferri negli ultimi spettacoli alla Scala, e mi è piaciuta di più di quando era ad inizio carriera, ho capito che la cosa interessante è che non ti puoi appiccicare addosso un personaggio, te lo devi costruire, è frutto del tuo vissuto. Sicuramente esiste per ciascun danzatore un ruolo più congeniale, non si può eccellere in tutto, la Fracci era unica in “Giselle” e “Giulietta e Romeo”, meno brava nel “Lago dei cigni”, esattamente il contrario di Svetlana Zakharova una Odile-Odette insuperabile, ma interprete meno convincente nella pazzia di Giselle.

Tra le tante ballerine che ha fotografato ce n’è una che preferisce?
Lucia Lacarra. È lirica, sofferta, ha un bel volto e un bel corpo seppure con delle spigolosità, delle asprezze ma è una ballerina molto credibile nell’interpretazione, è un personaggio che va oltre la danza. Poi ce ne sono tante altre ma per poterle giudicare dovresti vedere tutte le loro interpretazioni… Ho apprezzato Natalia Osipova  in “Notre Dame de Paris”, ma è l’unico spettacolo che ho visto interpretato da lei. La Zakharova, ineguagliabile come già detto nel “Lago dei Cigni” l’ho trovata straordinaria anche in “L’Histoire de Manon” dove recita ed è credibile; certo, allo stesso tempo è perfetta in “Bayadère” e “Don Chisciotte” balletti in cui si sfodera la perfezione tecnica e il virtuosismo, però a me quel genere di balletti non interessa più di tanto.

Che cos’è la danza per lei?
Una sfida. Fotografare la danza è rappresentare il movimento attraverso l’apparente negazione del movimento stesso, fermandolo in un’istantanea. Sembra una contraddizione, ma la danza e la fotografia hanno molto in comune, se non altro perché nello spazio circoscritto del fotogramma o del palcoscenico si rappresenta la realtà in maniera simbolica e narrativa e si tenta di suscitare un’emozione attraverso la sintesi di arte e conoscenza. Il movimento va colto nell’ attimo della massima tensione, un culmine espressivo ma anche atletico, che obbedisce e sfida le leggi della fisica; attraverso l’immagine si rivela un aspetto filosofico della danza, che crea le condizioni per una sintonia impareggiabile tra il corpo e l’anima dell’interprete.

Perché dopo tanti anni sente ancora forte il richiamo di questa forma di spettacolo?
Quando osserviamo qualcosa di spettacolare siamo istintivamente portati a catturare con lo sguardo le immagini più significative che si presentano davanti ai nostri occhi; imparare a fotografare un movimento del corpo che ci emoziona è dunque la naturale conseguenza di quel gesto compulsivo che porta tantissimi spettatori a tentare di conservare nella memoria di un telefono cellulare qualche goccia di quel mare di coinvolgenti sensazioni visive che appaiono davanti ai loro occhi. Se la fotografia si limitasse a catturare frammenti di uno spettacolo senza coglierne l’essenza, sarebbe un’operazione riduttiva, in diminuendo; al contrario, ciò che appare mediato e filtrato dalla scelta interpretativa di un fotografo consapevole può restituire una situazione, un’espressione, un gesto assolutamente significativo in grado di trasmettere intatta l’emozione che si prova assistendo ad uno spettacolo, il fotografo ha il potere alchemico di riscrivere con la luce una storia, sia pure nell’ ambito ristretto di un fotogramma.

Elisabetta Testa