Raramente scrivo editoriali, ma questa volta ne sento fortemente l’esigenza per parlare di “diritto alla critica”. Qualche giorno fa una nostra collaboratrice, Manuela Barbato, ha recensito uno spettacolo. Una recensione  in cui Manuela criticava alcuni punti dello spettacolo che non l’avevano convinta. Una recensione equilibrata, per me, in cui ha sottolineato quello che secondo lei non funzionava.

E che cosa è successo? Si è aperto un dibattito su Facebook tra i giovani coreografi e i danzatori sui quali Manuela aveva scritto, dibattito nel quale si è inserito il popolo di Facebook. E questo va bene. Ma quel che è venuto fuori mi è piaciuto meno:  le nuove generazioni di artisti sembrano meno disposte ad accettare le “critiche”. Hanno pochi palcoscenici  su cui esibirsi (e questo è vero) e quindi quando ne “conquistano” uno da quel che si è letto su FB, sembra che vogliano ricevere solo consensi. E questo non va bene.

La critica dovrebbe far riflettere e far crescere.  ma bisogna accettarla. In una critica si può trovare spunto per migliorare uno spettacolo.  Fa parte del gioco. E nel mondo del teatro di prosa e di lirica è così, ma nella danza sembra di no. Mi chiedo: forse perché il mondo della danza ha meno occasioni? Può essere, mi rispondo. Sta di fatto che non mai  visto grandi registi con i quali ho lavorato come Peter Brook, Konchalovsky, Tiezzi, Arias, leggere  delle critiche anche “dure” ai propri spettacoli e pensare di replicare. No. Questo in 30 anni di lavoro non mi è mai capitato.

Qualcuno mi potrebbe dire quando si è giovani si è più impulsivi. Basta! Erano giovani anche i coreografi 30 anni fa e non replicavano alle critiche di Vittoria Ottolenghi e Alberto Testa, mai. Eppure quelle erano critiche che segnavano per la vita

Quindi attenzione,  il “diritto alla critica” è come il “diritto alla cronaca”, sacrosanto. Meditate gente di FB meditate!

Raffaella Tramontano

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