merce cunninghamLa prima volta che l’ho incontrato è stato in una estate caldissima sulla Costa Azzurra e prima di conoscerlo ero già innamorata di lui.

Quando lessi la notizia su “Les saison de la danse” che sarebbe stato per circa un mese con la sua Compagnia al Festival di Chateuvallon, non ebbi dubbi. Dovevo andare. Salvadanaio di coccio a terra nella mia stanza, chiesi a mio padre di farmi lavorare con lui quando lo studio me lo permetteva. Quando lo ruppi mi resi conto che mia madre aveva ampiamente contribuito all’attuazione del mio piano. Più si avvicinava il giorno della partenza ,più pensavo : “che ci vado a fare? tanto non mi prendono”. Zaino militare stracolmo, viaggio in treno, ostello prenotato. Da Toulon a Chatevallon era una lunghissima salita sotto il sole. Unica italiana presente alle selezioni, prima con Douglas Dunn , che aveva già formato la sua Compagnia, poi con Louise Borns, arrancavo nel gruppo che giorno dopo giorno si assottigliava sempre di più. Il brutto anatroccolo ero io.

Poi la prima lezione con lui.

Arrivò prima di noi e ci accolse nella sala surriscaldata con gli occhi chiari e ridenti, un sorriso aperto e rassicurante. Ci fece sedere intorno a lui e ci chiese ” Cos’è la danza ?” Deglutii. Alcuni dei miei compagni di corso iniziarono discorsi intimi, altisonanti, poetici, io non ci pensai neppure a tentare una risposta. Ad ognuno sorrideva, invitando altri ad intervenire. Dopo aver ascoltato tutti ci disse ” La danza è un movimento nello spazio e nel tempo”. Respirai. Forse ce la potevo fare anche io a mettere insieme quattro passi da fargli vedere. Iniziammo le lezioni di composizione sotto il suo sguardo attento ed ad ognuno fu affidata la creazione di una coreografia. I giorni si susseguivano, le lezioni di tecnica Cunningham, di composizione , gli spettacoli serali e la mia depressione aumentava. Correggeva tutti, tranne me. Ero irrecuperabile, talmente da schifo che non valeva neanche la pena di correggermi. A volte alla fine della lezione piangevo. A volte ho pensato anche di andarmene, senza aspettare di essere sbattuta fuori. Poi però resistevo, cercando di rimanere concentrata sul mio obiettivo. Rimanere lì.

susana hayman-chaffey

Arrivati quasi alla fine delle lezioni di composizione si era nella fase in cui bisognava iniziare a mostrare davanti a tutti il proprio lavoro, uno per volta. Quando toccò a me, iniziai a danzare la mia coreografia ed arrivata ad un certo punto, buio, mi fermo,  non ricordo più nulla. Mi guardo in giro spaesata e lui si alza dalla sedia e sorridendo mi suggerisce i passi della mia coreografia. Mi riprendo. Come faceva a ricordarseli? Qualche giorno dopo  in una brasserie davanti alla mia quotidiana salade nicoise, si siede al mio tavolo la Company Manager che mi dice “Tu sei Gabriella? Merce non fa che parlare di te”. Le sorrisi pensando ” forse pensa di essere spiritosa”.

Una corsa in pulmino

Per  raggiungere Chateuvallon  facevo l’auto- stop.  Mi metto all’incrocio sperando che qualcuno si fermi e dopo pochi minuti ecco un pulmino dove sul sedile anteriore credo di  intravedere  Merce Cunningham, John Cage e l’autista. Il portellone si apre di scatto e vengo issata a bordo a viva forza. In un attimo  mi ritrovo seduta tra Karole Armitage e  Chris Komar. Mi guardo intorno inebetita. Tutti mi parlano, mi salutano, sorridono “..sei tu Gabriella…Ciao come stai…..Merce parla sempre di te….Merce dice che sei geniale…..che la tua coreografia è geniale…sei tu la petite italienne…..”

Non ho mai assunto droghe, ma forse è così che ci si sente. Merce Cunningham seduto avanti si girava a guardarmi e rideva. Non ho spiaccicato una parola per ore. Fui invitata da lui personalmente a seguire tutte le prove, ogni giorno. Mi sedevo vicino a lui , o meglio lasciavo un posto vuoto tra di noi, sedermi proprio vicino mi sembrava troppo, ed assistevo in silenzio, ascoltando le sue correzioni alla Compagnia. O meglio il modo in cui correggeva, il modo in cui parlava ai suoi splendidi danzatori. Con semplicità e chiarezza. Pacato e sorridente. Curioso e pronto ad accogliere ogni possibile soluzione creativa.

Se ho capito qualcosa della danza è che ci da la possibilità di vivere con noi stessi, di immaginare e realizzare i nostri sogni,di convivere con le nostre paure, le nostre passioni, di esaltare ogni odore  ed ogni colore che ci circonda. La mia vita senza la danza sarebbe stata molto più povera, piatta, informe. Ogni atto creativo è una rinascita, che rigenera le nostre cellule, la nostra emotività, il nostro vissuto. L’ho capito dai suoi occhi attenti che mi guardavano “annaspare” in quella sala alla ricerca di me.

 

Nelle foto : Merce Cunningham – ritratto

Susana Hayman-Chaffey