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Yama di Noa Wertheim: La forza dell’acqua per ricordarci le nostre origini comuni

DI LETIZIA GIOIA MONDA

Quest’anno la rassegna Primavera Danza ci ha regalato il ritorno a Napoli di un’ospite eccezionale: la coreografa israeliana Noa Wertheim, co-direttrice, con il marito Adi Sha’, della compagnia Vertigo Dance Company. Prima della premiére del suo ultimo lavoro Yama, che si è tenuta il 6 aprile al Teatro San Ferdinando di Napoli, ho avuto modo di incontrare Noa grazie ad un’imperdibile masterclass organizzata da Movimento Danza – Ente Nazionale di Promozione della Danza diretto da Gabriella Stazio – in collaborazione con il Teatro Stabile di Napoli. Alla fine dell’interessante workshop – che ha avuto luogo il 5 aprile presso Movimento Danza – mi sono presentata a Noa, e l’ho informata che avrei scritto la recensione della sua performance per il Dance Magazine Campadidanza, così, nella sua estrema gentilezza e generosità, Noa mi ha invitato a parlare con Lei del lavoro dopo aver assistito alla performance. Con questo articolo vorrei dunque volgere un ringraziamento speciale a questa grande artista, per la sua saggezza, la sua energia e la profonda speranza che ripone nell’uomo e nella sua danza.

Pavimento bianco, otto rigide porte nere sulla destra, luci calde color zafferano, e in un’ondata potente nove danzatori sommergono con la loro energia il palco e la platea immergendo noi spettatori in una nuova dimensione mistica. Il cielo, fitto di pesanti nuvole rigidamente rappresentate da spigolose forme geometriche, scende sui danzatori innescando il moto che ha dato origine al mondo. Questo l’inizio di Yama, un lavoro coreografico in cui si esplora la prima materia esistente: l’acqua. Nella tradizione ebraica alcune interpretazioni filosofiche delle sacre scritture sostengono infatti che all’origine del mondo era il nulla. Dio creò in principio la luce e l’oscurità, e il secondo giorno il cielo e l’acqua, yama, la prima potente materia ad esistere. L’acqua rifletteva il cielo,e dopo un po’ iniziò a sentirsi triste. Allora Dio creò la terra per contenere la purezza dell’acqua, ciononostante la natura dell’acqua, la sua fluidità la condusse a trovare una via di fuga.

Alla saggezza di questo mito si è dunque ispirata Noa Wertheim con l’obiettivo di ricordarci come la forza dell’acqua possa ricondurci alle nostre origini comuni. Uno spettacolo che mette in scena il sacro non in termini religiosi ma rituali. In un’opposizione drammatica tra le parti, la performance è un viaggio alla ricerca di un senso, un principio di vita legato alla natura del tutto a cui si oppone il sentimento umano o per l’umano. Noa ama ripetere che come coreografa non ha inventato nulla e che il suo lavoro consiste nel plasmare in maniera creativa ciò che già esiste. La caoticità, la confusione e la pesantezza arrecata dagli usi della vita quotidiana di oggi, l’hanno condotta negli ultimi anni ad una riflessione profonda sul senso della vita e sui principi che regolano i suoi ritmi.

Dopo la morte della madre, avvenuta circa quattro anni fa, la nostra coreografa sentì infatti che non sarebbe sopravvissuta alla frenesia a cui conducono le attività in uso nella società contemporanea, così, in accordo con la sua famiglia, decise di trasferirsi in un paese al centro dell’Israele dove poter ritornare ad essere in contatto con la natura. Ha iniziato così ad adottare uno stile di vita ecologico, a studiare le filosofie ebraiche e orientali per assaporare nuovamente il senso di armonia che conduce il dialogo con le energie che costituiscono il mondo. Questa esperienza inevitabilmente ha influenzato anche la sua ricerca coreografia. Una ricerca la sua che si nutre di molteplici domande. Per Noa Wertheim avere un opinione non è una gran cosa, e le opinioni non sono così importanti come si crede. Come coreografa il suo obiettivo è capire come possiamo avere una conversazione ed essere in dialogo nonostante la soggettiva volontà di scegliere, di essere, di provare emozioni, sensazioni e stati d’animo differenti. Come possiamo fluttuare insieme, portare e lasciarci portare in maniera armonica? Forse trovare una risposta a questa domanda è la sfida più grande che si possa porre un coreografo nel guidare un danzatore e un danzatore nel soddisfare il pensiero di un coreografo, ma nonostante la sua gentilezza e generosità Noa è un’artista anche molto determinata che quando incontra un’idea nel suo percorso la esplora e la plasma fino a quando non sente di aver assorbito la sua energia. È così che conduce il suo lavoro artistico, sempre in dialogo con i suoi preparatissimi danzatori, a loro affida frasi e materiali di movimento, e loro compito è sviluppare attraverso l’improvvisazione l’idea coreografica che ne è alla base. Una volta che il materiale è maturato, Noa procede all’editing (montaggio) in un dialogo sempre attivo con la sorella Rina Wertheim-Koren, che svolge il ruolo di drammaturga della compagnia. In Yama, però, forse l’autore principale del lavoro è l’energia pura dell’acqua incanalata nei corpi dei danzatori, l’energia volta a farsi prima materia e materia prima di questa ipnotica danza. L’acqua che riflettere il suo gemello cielo, l’acqua che muove la sorella terra. Durante il nostro incontro Noa mi ha raccontato che durante il processo creativo, insieme alla scenografa Nathalie Rodach, aveva pensato di costruire la scenografia come una scatola bianca, con le strutture geometriche volte a simulare le nuvole in cielo anche esse bianche. Nonostante l’effetto spettacolare a cui conduceva questa costruzione scenotecnica, successivamente, in seguito agli attacchi terroristici e alle catastrofi di cui è stata vittima l’umanità negli ultimi anni, Noa sentì di dover rappresentare il cielo nero in opposizione alla purezza della prima materia creata da Dio. Il senso di questa scelta non ha avuto per lei un significato politico, ma semplicemente ha intenso emblematicamente rappresentare una verità: un cielo nero pesante che pende angosciosamente sulle nostre vite. Inoltre l’obiettivo di Noa era portare a teatro, nel luogo di incontro e di comunicazione per eccellenza, un messaggio di speranza: è questo che rappresenta la “donna in bianco”, l’unica danzatrice che sul finale della performance si sveste dell’abito nero, e come a voler ricordare la nascita dell’uomo, attraverso un rituale in cui viene vestita e battezzata da altre due interpreti donne, viene alla vita dalla stessa acqua: dall’energia della prima materia esistente. Anche qui il richiamo al mistico, sacro e rituale è molto forte. Come è noto nell’Antico Testamento della Bibbia è scritto che Dio creò la donna dalla costola dell’uomo, mentre secondo la nostra coreografa vi può essere un’ulteriore interpretazione delle scritture dove compare in ebraico antico la parola s.ela’ , questa può essere tradotta come costola ma anche come angolo di un triangolo, inducendo a credere che l’uomo e la donna in origine siano stati un’unica entità e che in un secondo momento – in maniera analoga a come narra il famoso simposio di Platone – Dio divise simmetricamente per creare i due generi: l’uomo e la donna.

La performance si conclude con i danzatori coinvolti in una danza derviscia volta a ristabilire la serenità e l’armonia per tutti coloro presenti all’evento. Nei forti ed emozionati applausi del pubblico si sono riaccese le luci del teatro, Noa Wertheim con la sua sensibilità coreografica ci ha conquistati tutti, ma anche noi napoletani abbiamo sinceramente conquistato lei, ha infatti concluso la nostra intervista dicendo: “Sono innamorata di Napoli, il pubblico napoletano è quello che amo di più al mondo: è aperto, è passionale, questa città ha un’energia incredibile, e le persone sono affamate di teatro”.

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