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I vissuti, le emozioni, i dolori e le gioie sono le cose più vere da poter portare sul palcoscenico e trasmetterle al pubblico come messaggio di superamento e crescita insieme. Questa la scelta della coreografa e danzatrice Claudia Sales, che ha deciso di regalare al pubblico napoletano (e non solo) uno spettacolo dal titolo Intimo donna in cui viene presentato un viaggio a ritroso nel tempo, ovvero dalla morte alla vita, dalla malattia all’infanzia.

Si dovrebbe iniziare morendo, così scrive- in un’aforisma- Woody Allen, rivelando con semplicità ed incisività qualcosa di molto profondo, in questo caso scelto come ossatura del testo coreografico.

Intimo donna è dedicato a Lucia, come annuncia ad inizio spettacolo una presentatrice e come appare anche al momento dei ringraziamenti finali.

Lucia, una donna piena di vitalità e dalle mille risorse, è morta tre anni fa a causa di un cancro ai polmoni, episodio doloroso che ha fatto scaturire una grande presa di coscienza e responsabilità da parte di Claudia, sua figlia, nel diventare finalmente una donna e nel cambiare il modo di affrontare il processo creativo e coreografico.

Claudia Sales mi ha rivelato in un’intervista che questo spettacolo si è sviluppato nell’arco di molti anni e duro lavoro con qualche interruzione dovuta alla malattia e ad un’iniziale voglia di non agire per riprendere forza.

La danza, allora, è stata la possibilità, per Claudia, di riscoprire se stessa e regalare un’esperienza al pubblico.

In scena, sul palcoscenico del Teatro Delle Palme, quindici danzatrici donne ripercorrono le tappe della vita di Lucia con i suoi interessi, le sue passioni, i suoi traguardi, a cominciare dalla morte fino all’infanzia, come in un processo di rinascita.

Nella prima coreografia, infatti, la danzatrice solista (Claudia Sales) si scontra con la realtà della morte, facendo una danza di contact e di repulsioni con un corpo a terra, morto.

Pian piano si rivelano i vari personaggi incarnati in Lucia: la fotografa, l’esperta di computer, la donna in accappatoio. Tutte immagini attraverso gli occhi della figlia ed in cui, in contemporanea, si rispecchiano le fasi di crescita della figlia stessa.

Da un lato, allora, si sperimenta un viaggio dalla morte alla vita, dall’altro, il viaggio inverso e naturale, dove si vede il nascere di una donna con la formazione del suo carattere.

Il registro coreografico è quello in cui è specializzata Claudia Sales, formatasi in Italia ed all’estero (in America soprattutto) che riprende la fisicità e la carnalità della danza jazz (Alvin Ailey) e della modern dance (Martha Graham) rielaborato in chiave personale e contaminato con elementi di teatro danza, sia di tradizione tedesca- bauschiana, che americana, come il teatro-danza onirico di Carolyn Carlson. Contaminazione non facile a mio avviso, ma molto interessante, soprattutto perché non si vedono tutti i giorni spettacoli di danza jazz o spesso questo stile viene confuso con una tecnica puramente commerciale.

La sperimentazione sui personaggi, tante facce di Lucia, senza perdere la specificità del DNA di ogni danzatrice, mi ha incuriosita. Immagini in cui donne in accappatoio curano il loro corpo, i loro capelli, si guardano allo specchio (il pubblico), rivelando chi insicurezza, chi indifferenza, chi sofferenza. La relazione con il pubblico è stata molto curata dalla coreografa, concedendosi di usare tutto lo spazio del palcoscenico: svariati sono i momenti in cui le danzatrici si siedono sul bordo del palco, scendono quasi in platea, danzano sulle pareti laterali anteriori.

Colpi di scena, oggetti che calano dall’alto: valigie, allusione alle partenze, pannolini, immagine delle donne- bambine, con i quali viene sviluppata una danza a terra e di spalle al pubblico.

Nei vari quadri, leggiadri sono gli ingressi e gli assoli di Claudia, che rappresenta l’anima che vive e si trasforma passo dopo passo.

La qualità ed il livello tecnico della compagnia è stato molto elevato, rivelando un lavoro fisico intenso e soddisfacente, ed un supporto coreografico forte che può spingersi ancora più lontano nella sperimentazione fisica, nell’incastro e nella rielaborazione delle contaminazioni di stili, sempre sotto la guida delle emozioni e dei vissuti.