NAPOLI – Sabato 15 e domenica 16 dicembre 2018, presso la Sala Assoli, durante la rassegna “Quello che non ho detto” curata da Gennaro Cimmino (Körper), il coreografo Antonello Cossia è stato presentato il suo ultimo lavoro intitolato evocativamente I fazzoletti di tutti gli addii. In questa breve intervista Antonello Cossia ci racconta questo suo interessante progetto che nasce dall’urgenza e dalla necessità di provare a raccontare, nella più grande ed esemplare modestia, l’amore per la vita, per le persone, per le cose che ci circondano.

Dopo tanti anni di sperimentazione e ricerca tra tecniche di recitazione,  di regia e di coreografia, che significa per te tornare alla danza oggi?

Tornare alla danza oggi, portare in scena una proposta che contenga in sè un disegno coreografico e un percorso drammaturgico basato su dei testi, significa poter avere la possibilità di fondere i linguaggi scenici così come è sempre stato dall’inzio del mio percorso. Io nasco come danzatore, ho iniziato il mio percorso di formazione nella danza contemporanea ma nel tempo e negli anni ho approfondito e seguito seminari e stage sulle tecniche di recitazione e sul lavoro dell’attore, basate fondamentalmente sul coinvolgimento totale del corpo in scena. Ho avuto la possibilità di studiare in alcuni seminari con un attrice di Jerzy Grotowski, e con due attori dell’ensamble di Peter Brook. Mi riferisco dunque a registi, pedagoghi del teatro del Novecento, per i quali corpo è al centro dell’arte recitativa, dell’artigianato dell’attore. Questo per dire che, come artista, per me l’esigenza è avvicinarmi a questo tipo di linguaggio drammatico che mi è consono, e attraverso il quale mi sono formato. Per me è stato interessante lavorare questa volta alla suggestione della coreografia, disegnata e creata interamente dai due danzatori, Nello Ciglio e Sibilla Celesia, in collaborazione anche con Paola Carbone che ha fornito un’approfondita e dettagliata consulenza artistica in merito. Quindi il ritorno in scena utilizzando questi strumenti e questi linguaggi per me, in questo particolare momento, significa poter avere la possibilità di utilizzare in maniera complementare tutti i linguaggi della scena: dalla parola al gesto. Ovviamente anche la musica è coprotagonista di questo spettacolo, nel senso che racconta anche essa degli stati d’animo e delle dimensioni a cui ho voluto avvicinarmi molto umilmente e con molta delicatezza.

Sei dunque autore anche della drammaturgia di questo lavoro?

Lo spettacolo è sviluppato a partire da un’idea, quella di portare in scena un aspetto dell’amore. Ho per questo cercato di articolare una serie di brani poetici tra Vladimir Majakovskij e Fernando Pessoa e ho sviluppato la scrittura drammaturgica. Ho suggestionato i performer con  vari materiali testuali per scrivere le coreografie da loro create attraverso l’improvvisazione. Il mio ruolo è stato osservare e riportare a loro delle indicazioni e dei suggerimenti su come poter procedere nella costruzione dello spettacolo. Quindi sono autore della drammaturgia nella misura in cui l’ho costruita ed articolata secondo i temi e le dinamiche che di volta in volta intendevo articolare in scena. I testi degli autori (ho utilizzato anche Vsevolod Mejerchold e Daniel Pennac), sono di natura diversa e sono stati utili per raccontare la mia idea dell’amore. Naturalemente, come si può immaginare, il tema non riesce ad essere contenuto, non riesce ad essere rappresentato completamente nello spettacolo teatrale della durata di circa un’ora. Il tema è vastissimo e io con grande modestia ed umiltà ho provato a tirare fuori alcuni fili, a rappresentarne alcuni aspetti. Il processo creativo della scrittura coreografica con i danzatori ha sfruttato il metodo di azione e reazione, in un dialogo creativo con i testi preesistenti che hanno nutrito il percorso che avevo intenzione di sviluppare in scena.

Che aspetto dell’amore hai scelto di portare in scena e perchè?

L’aspetto dell’amore che ho scelto parte in questo contesto da una relazione fisica che rientra nel genere maschile-femminile. Ma come dico all’inizio dello spettacolo in un prologo recitato per gli spettatori: <<l’idea è quella di un amore che senza confini e senza generi riesca a contenere in sè una gioia senza dolore, una passione senza rabbia, una pace senza guerra>>, insomma ho voluto guardare all’amore nel modo più ampio possibile. E’ importante tenere sempre conto che si tratta di uno spettacolo teatrale, e il teatro a mio avviso ha la piccola valenza laica di suggerire e suggestionare, dopo di che lo spettatore dovrebbe avere la voglia e il desiderio di seguire un proprio libero percorso, sviluppando le proprie ricerche dell’amore.

Letizia Gioia Monda

 

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