La danza a più riprese è entrata nei musei italiani con performances ed eventi, ma sempre in punta di piedi. Questa volta alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna (il cui acronimo è GNAM) la danza entra per un tempo più lungo e non per un evento isolato. L’iniziativa si intitola La Danza alla GNAM. La danza va al museo: discorso tra le arti visive.

Il progetto è stato ideato da Francesca Falcone (studiosa di teoria della danza e docente dell’Accademia Nazionale di danza), Elena Viti (docente di metodologia all’Accademia Nazionale di danza) ed Emanuela Garrone (Storica dell’arte della Galleria). La collaborazione tra le due istituzioni artistiche romane ha una lunga storia che risale alla visione di Palma Bucarelli (sovrintendente della Galleria dal 1942 al 1975) e della direttrice fondatrice dell’Accademia, Jia Ruskaja, che già nel 1949 iniziarono una collaborazione sulla possibilità di avvicinare le arti visive e quelle del movimento. Oggi con questa iniziativa della danza al museo, si sono inserite sulle loro orme Maria Vittoria Marini Clarelli, soprintendente della GNAM e Giovanna Cassese, commissario straordinario dell’AND. Si tratta di sette incontri con conferenze – dimostrazioni che mettano in evidenza le tappe principali dell’evoluzione della danza classica e moderna tra Ottocento e Novecento, attraverso l’analisi del lavoro di Auguste Bournonville, Enrico Cecchetti, Agrippina Vaganova, Martha Graham, José Limon Merce Cunningham e Pina Baush.
Il primo appuntamento ha avuto luogo il 1 marzo ed ha visto protagonisti Francesca Falcone in quanto studiosa dello stile danese e Flemming Ryberg che ha tenuto una master class dimostrativa per gli allievi dell’Accademia Nazionale di danza all’interno della sala del Mito della GNAM.
Il secondo appuntamento avrà luogo domenica 12 aprile e sarà incentrato sul lavoro didattico di Enrico Cecchetti, presentato da Flavia Pappacena, docente emerito dell’Accademia Nazionale di danza e dell’Università La Sapienza, e da Alessandra Alberti, docente di tecnica Cecchetti abilitata all‘ISTD (Imperial Society of Teachers of Dancing) che terrà anche lei una lezione dimostrativa con gli allievi dell’Accademia.
Ho chiesto alla Professoressa Pappacena di presentarci in anteprima le sue considerazioni sul lavoro del Maestro Cecchetti (1850 – 1928)

220px-Enrico_Cecchetti

Sono stata invitata dalla professoressa Falcone a presentare il metodo Cecchetti con la partecipazione attiva della dottoressa Alberti, artista esperta e sensibile che mostrerà alcuni esercizi tipici del metodo del Maestro italiano conservati in Inghilterra soprattutto dall’antica attività della Cecchetti Society, poi confluita nell’ISTD. Io riassumerò nelle linee generali le varie tappe della vita di Cecchetti ed il profilo dell’artista mettendo in evidenza la sua pecurialità che
può tranquillamente essere inquadrata in quella che è la tipologia dell’artista Settecentesco, cioè una persona che ha una sua formazione con il maestro Lepri a Firenze, allievo di Blasis, con cui Cecchetti studiò privatamente. Ma la sua formazione basilare è proprio quella della scuola italiana al difuori dei condizionamenti accademici di stile francese, presenti fin da allora alla Scala e nelle scuole istituzionali. Cecchetti acquisisce, mantiene in vita e trasforma gli elementi dello stile grottesco italiano, così definito in opposizione a quello francese e di cui i testi di storia della danza spesso non parlano, tradizione molto viva almeno fino all’Unità d’Italia che ha una sua tecnica, un suo linguaggio e un suo stile, una sua modalità di esprimersi in palcoscenico. Il suo stile è anche testimonianza unica della scuola di mimica di Giuseppe Bocci (danzatore e mimo presente in numerose coreografie di Viganò, Gioia ed altri importanti coreografi dei primi anni dell’Ottocento, nonchè per anni docente di mimica alla scuola della Scala di Milano. ndr). Cecchetti nello stile è quindi erede e portatore della tradizione più pura italiana non contaminata dai maestri francesi e dall’accademismo. Il suo metodo didattico invece procede nel senso della razionalizzazione dell’allenamento quotidiano del danzatore con esercizi diversificati per ogni giorno della settimana, procedimento che era iniziato agli inizi dell’Ottocento secondo i dettami del maestro Carlo Blasis. Cecchetti negli anni successivi all’Unità d’Italia si avvantaggia di una certa crisi presente nelle principali scuole europee, in particolare quella dell’Opèra di Parigi, soprattutto dal suo punto di vista di maitre de ballet che lavora con le compagnie e non nelle scuole di formazione. Elabora una metodologia precisa che si pone degli obiettivi tecnici chiari e finalizzati al palcoscenico e nei numerosi viaggi la esporta in tutta Europa in un momento di depressione: va a Praga, a Londra, dove contribuisce decisamente a fondare il balletto inglese, e poi in Russia, in un momento in cui si sta facendo sentire anche lì la crisi della scuola francese.

Cosa verrà mostrato nella lezione della Signora Alberti?

Alessandra farà vedere degli esercizi di base e degli adagi approfondendo il rapporto con lo spazio, il lavoro dei port de bras tipici del metodo Cecchetti, l’importanza della musicalità del movimento e l’interazione di tutte le parti del corpo.

Quanto del lavoro di Cecchetti è stato assorbito successivamente dal lavoro di Agrippina Vaganova, creatrice del metodo russo omonimo, oggi molto diffuso nel mondo?

Tanto, ma nel procedere del suo lavoro c’è stata una progressiva riduzione dei riferimenti dell’apporto straniero nella scuola russa. Nella pubblicazione del metodo Vaganova del 1934 sono presenti riferimenti a Cecchetti e ad altri maestri starnieri, tali riferimenti spariscono nell’edizione del 1948. Comunque l’orientamento di tecnicizzare molto la lezione deriva proprio dal messaggio cecchettiano. La coerenza della lezione, la ricerca della stabilità che sono espressi dallo studio dell’Adagio è un’eredità importante del metodo Cecchetti. Anche gli esercizi finalizzati al lavoro dei piedi e alla salita sulle punte hanno un preciso riferimento nel metodo del Maestro italiano. L’interiorità della danza di Cecchetti anche se un po’ rude, fu un modello importante per la liricità e l’espressività teatrale russa  che si è poi evoluta  successivamente.

Quanto può essere importante per un giovane danzatore la tradizione di una scuola e una didattica antica come quella di Cecchetti?

E’ come nella formazione di una scuola superiore in cui è importante una preparazione di base coerente ma l’invito a leggere i romanzi più diversi, a confrontarsi anche con altre letterature è importante per creare una visione più ampia, a far crescere un’autonomia critica nei ragazzi. Così è necessario fare anche per i danzatori sia per migliorare la loro consapevolezza sia perchè gli esercizi sono bellissimi e sono gli stessi che hanno formato grandi generazioni di ballerini nel secolo scorso, si pensi ai virtuosismi e alla gagliardia dei salti di Nijinskj, in alcuni casi oggi ancora ineguagliati. E’ importante indicare a questi ragazzi, che praticano una disciplina così dura e difficile, dei momenti del passato intensi e ricchi e così prestigiosi anche per la tradizione italiana, altrimenti si rischia troppo di ridurre la loro capacità critica e di semplificare i messaggi che la danza e il balletto possono trasmettere. Credo che questo sia uno degli obiettivi da raggiungere per i tanti Licei coreutici che stanno sorgendo in Italia attaverso l’osservazione e la capacità di collegare la storia, con la teoria e la pratica. E’ un taglio interdisciplinare presente anche in quesa iniziativa alla GNAM tra danza e arti visive.

Roberta Albano

Cecchetti con i ballerini dei Ballets Russes di Diaghilev
Cecchetti con i ballerini dei Ballets Russes di Diaghilev