Napoli – Irene Fiordilino, 24 anni, originaria di Palermo, residente a Londra, una spiccata curiosità e un lodevole interesse per la ricerca correografica. E’ lei la vincitrice della sesta edizione di Residanza- La casa della nuova coreografia 2018, la competizione napoletana ideata da Gabriella Stazio per sostenere la nuova generazione di danzatori e coreografi. Un autoritratto quello della Fiordillo che si svela attraverso ombre gialle, Self-portrait in yellow shades, un titolo poetico e all’altezza di questa talentuosa giovane coreografa che si è aggiudicata il premio in denaro di 1500€. L’abbiamo intervistata per farci raccontare meglio il suo percorso e il suo lavoro.

Tu vivi in Inghilterra se non sbaglio, che significa vincere una competizione come giovani coreografi in Italia e in una città come Napoli?

L’Italia resta sempre nel cuore, e più si va lontano più in fondo si manifesta
l’attaccamento verso l’Italia, il paese del bello ma anche delle contraddizioni. Credo che in particolare nel Sud del nostro paese (io sono nata e cresciuta a Palermo) l’architettura e il caos delle strade, i colori, i profumi, i sapori e la musicalità che vibra nell’aria ti segnano fin da piccolo e – per chi fa arte – segnano anche l’estetica del tuo lavoro. C’è un pizzico di orgoglio in più a vincere un premio a Napoli, una città che da sempre si distingue per la propria arte e che brilla di una bellezza contraddittoria ed inevitabile.

Mi parleresti dell’opera con cui hai vinto Residanza? Sembra che alla base ci sia stato un lungo processo di ricerca coreografica su come rappresentarsi?

La ricerca per “Self-portrait in yellow shades” è iniziata effettivamente alla fine del 2017, quindi sì, un bel po’ di tempo fa. “Rappresentarsi” è – a mio parere – una necessità che si manifesta in tutti noi, sebbene in modo diverso. Nel tentativo di capire chi siamo, costruiamo ogni giorno nuove immagini di noi stessi, proiettando spesso ciò che facciamo (uno sport, un hobby, una professione, un abitudine, un modo di comportarci) in ciò che siamo. E tutte queste immagini si sovrappongono e plasmano il nostro corpo in un archivio di esperienze sinestetiche. La danza, l’arte
del trasformarsi nel tempo e nello spazio, l’arte che più di tutte esalta l’onestà del corpo e stimola una profonda memoria cinestetica e sensoriale, mi ha offerto la possibilità di trovare me stessa proprio nel mezzo di queste mille immagini, nella loro continua evoluzione, nel loro succedersi, accavallarsi e ritornare – simili ma diverse – in un flusso di leitmotive multisensoriali.

Cosa ti ha spinta ad affrontare un tema del genere?

Credo che a volte, quando si lavora tanto insieme ad altri artisti dedicandosi magari a concetti “complicati”, si sente il bisogno di ritornare a se stessi, ci si chiede perché si fa quel che si fa, dove si nasconde quel senso unificatore del sé che ci guida in tutto il resto. Persa tra mille progetti, è nato ed è cresciuto il desiderio – un po’ egocentrico devo ammettere – di riportare a me tutto ciò a cui mi sono dedicata,
tutte le riflessioni, i pensieri, le ispirazioni e le direzioni di lavoro intraprese
nell’ultimo periodo. Questa ricerca quasi autoreferenziale sulla mia persona, un tentativo ironico di elogiare la scambiabilità dei pregi e dei difetti che mi caratterizzano, tuttavia non mi ha portata a chiudermi in me stessa, al contrario mi ha spinta ad aprire nuove porte, portando alla luce nuovi interrogativi sulla relatività delle immagini che noi tanto meticolosamente ci costruiamo addosso, e che poi gli altri – non altrettanto meticolosamente – interpretano e categorizzano attraverso i filtri del proprio personaggio di turno.

Non hai utilizzato solo il gesto ma anche la il movimento della voce, la parola, è un aspetto inerente alla tua estetica coreografica oppure qualcosa di emerso nel corso del processo creativo?

Devo ammettere che l’utilizzo della parola parlata in questo progetto è stato decisamente un rischio, poiché la voce è qualcosa che solo recentemente ho iniziato ad esplorare coreograficamente. La decisione l’ho presa d’impulso durante il processo creativo, quando si è manifestata la necessità impellente di una provocazione diretta al pubblico, quasi a dire: io mi sto mettendo tutta qui, bella in mostra, pregi e difetti, ma tu non credere di essere nascosto al buio, lì in platea…
C’è più te di me nella mia immagine, ciò che vedi è ciò che vuoi vedere, sul palco trovi te stesso, somiglianze e differenze… “un autoritratto per un auto-spettatore”. Direi una provocazione, ma anche un invito a riflettere sul fatto che – ciò che si guarda, come lo si guarda, e come lo si giudica – ha tanto da dire su chi siamo e su come inconsapevolmente interpretiamo il mondo.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Sicuramente continuare a sperimentare, dedicarmi a nuovi progetti ma anche investire un po’ più di tempo su alcune vecchie idee che credo valga la pena sviluppare ancora. Penso anche di incominciare a Settembre un Ph.D in Creative Practice al Trinity Laban, poiché sento sempre di più l’esigenza di scavare dentro il concetto di research through practice, definendone la doppia natura pratico-teorica fatta tanto di sperimentazione in sala quanto di approfondimento, confronto e riflessione.

 

Letizia Gioia Monda

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