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Intervista ad Antonella Bertoni in occasione dell’ultimo capolavoro “La Morte e la fanciulla”

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ROMA – Mancano poche ore all’inizio dello spettacolo, la prima romana de La morte e la fanciulla, l’ultimo capolavoro della Compagnia Abbondanza-Bertoni. Un autentico ritorno alla danza pura del duo più famoso del teatro danza italiano, per la prima volta a Roma con FUORI PROGRAMMA Festival Internazionale di Danza Contemporanea diretto da Valentina Marini. Prima di iniziare le prove Antonella Bertoni, con una cordiale semplicità d’animo, ci parla del loro nuovo spettacolo: _ “La morte e la fanciulla è un tuffo nell’astrazione ma in ascolto con quello che è il tema: la “morte”, terribilmente onnipresente e molto forte, e la “fanciulla”, in una visione ottocentesca e romantica”.

Stasera qui al Vascello la prima romana di La Morte e la fanciulla, come nasce l’idea di questo spettacolo?

Antonella: Avevamo un sogno nel cassetto Michele ed io, dal nostro incontro a Parigi in seno alla compagnia di Carolyn Carlson: il “Quartetto in re minore”  di Schubert. Ricordo che comperammo il cd alla fine degli anni ottanta, lo ascoltavamo spesso, ci è sempre piaciuto tantissimo. Troviamo che sia una musica di una potenza straordinaria. Nel 2016, con il progetto Poiesis, abbiamo deciso di dedicare un nostro percorso artistico a una scrittura coreografica che avesse come punto di partenza la musica, cosa che non avevamo ancora fatto. Per l’occasione abbiamo scelto di comportarci come nel balletto ossia scegliere una composizione musicale che fosse il motore dell’opera, che dettasse la scrittura di tutta l’opera. Ci siamo messi all’ascolto di tanti brani ma poi abbiamo tirato fuori dal cassetto La morte e la fanciulla di Schubert. In genere Michele e io tendiamo a esplorare nuovi territori, a cercare una progettualità che disattenda un po’ quello che c’è stato prima, di non andare di mestiere, anche se in questo oggi moderno che impone tempi produttivi un po’ troppo veloci, soffriamo la mancanza del giusto deposito di cui il processo creativo necessita. Ci piacerebbe poter incubare un pochino più a lungo il nostro lavoro prima che si schiuda. Abbiamo avuto sin dal primo momento del nostro creare una forte attenzione all’aspetto drammaturgico della danza, per una danza non fine a se stessa, seppur nella meraviglia estetica e virtuosistica che può esprimere. Abbiamo la necessità che una linea drammaturgica permei il perché il danzatore fa quell’azione o quel gesto. Ne La morte e la fanciulla abbiamo fatto un tuffo nell’astrazione ma in ascolto con quello che è il tema: la “morte”, terribilmente onnipresente e molto forte, e la “fanciulla” in una visione ottocentesca e romantica. La drammaturgia sposta il piano dall’ottocento, raffigurato dalle danzatrici e dalla coreografia, al contemporaneo rappresentato dal video che secondo noi è lo sguardo della morte, del come la morte ci vede.

La morte è la fanciulla è la prima parte di una trilogia, ci anticipa qualcosa del seguito?

Antonella: E’ la prima opera al femminile della trilogia del progetto Poiesis, su una scrittura coreografica fortemente aderente alla musica. Siamo ora in pieno lavoro per Erectus, il secondo spettacolo che rappresenta invece la parte maschile, su musica di Charles Mingus e il cui debutto sarà il 3 agosto al festival di Civitanova Marche. Intendiamo concludere con Pelleas und Melisande di Schoenberg unendo il “maschile” e il “femminile”.

La Morte e la fanciulla, tre capolavori sulla scena: uno musicale, uno fisico, uno filosofico.  Durante la creazione quale dei tre ha dominato sull’altro?

Antonella: Tutti e tre viaggiavano di pari passo. Naturalmente nel momento compositivo la musica in qualche modo ha dettato tutto il lavoro. Potrei dire che, pur non sapendo leggere la musica, conosco ogni nota e ogni nota è in qualche modo nel corpo delle ragazze. Tutto questo ci ha richiesto tanto lavoro sul piano fisico ma sempre con la costante del piano filosofico e cioè il tema della morte.

Chi sono le tre straordinarie interpreti?  

Antonella: Le tre splendide fanciulle sono: Eleonora Chiocchini, Valentina Dal Mas e Claudia Rossi Valli. Eleonora è con noi dal 2005 e in tutti i nostri lavori è sempre stata presente. La sento molto vicina al mio segno energetico e poetico e la considero un po’ il mio alter ego. Valentina è un’altra splendida danzatrice. Un’artista più giovane che si è affacciata a noi quattro anni fa iniziando a seguire il nostro insegnamento con costanza e dedizione. Claudia l’abbiamo conosciuta anni fa quando venne a seguire un corso di formazione della durata di due mesi con esito performativo…abbiamo poi fatto altre piccole cose con lei ma mai una produzione intera. Tutte e tre sono straordinarie, sono diverse ma al tempo stesso energeticamente molto simili. Contrariamente invece, è per gli interpreti di ” Erectus “, produzione per la quale abbiamo scelto quattro danzatori molto diversi tra loro, che poco conosciamo, e che hanno un background e un’energia molto differente tra loro.

La compagnia e i numerosi spettacoli richiedono sicuramente molto tempo e impegno da parte vostra, riuscite malgrado tutto ad organizzare workshop per i danzatori che vogliono avvicinarsi al vostro tipo di teatro?

Antonella: Nel corso degli anni, quando non avevamo ancora una nostra sede di residenza, eravamo nomadi e tenevamo parecchi seminari. Con la residenza al teatro la Cartiera di Rovereto abbiamo cercato di aprire uno spazio dedicato alla formazione e trasmissione: Scuola d’Azione. Organizziamo un seminario estivo intensivo della durata di una settimana, uno autunnale di 3-4giorni, e tutto l’anno il mercoledì pomeriggio lavoriamo con i bambini e la sera insegno agli adulti. La formazione ha sempre accompagnato il nostro percorso, essa nutre molto anche l’aspetto creativo e viceversa. L’allievo ci nutre e noi nutriamo lui, è un incontro… del resti fare teatro è mettersi in relazione. I ragazzi oggi sono diversi da come lo eravamo noi. Sono cambiati e con loro la tipologia del movimento. Sono molto fisici e acrobatici, estremamente performativi, ma forse un po’ meno connessi con il loro dentro ma credo che questo rispecchi un pochino il male del nostro tempo.

Nel teatro danza l’emozione è quindi un aspetto di fondamentale importanza nella performance?

Antonella: L’emozione è un tema molto delicato. Non ho mai amato parlare di emozione anche se di fatto essa è il filo vibrante presente nella relazione fra il danzatore e lo spettatore. Sembra un po’ che oggi parlare di emozione sia una cosa vecchia, desueta, antica, da non fare, e questo è un peccato!

Perché la scelta del corpo nudo sulla scena?

Antonella: Non è stata una scelta a priori anche se durante l’ideazione pensavamo che probabilmente poteva accadere. Non amiamo particolarmente la nudità anche se, ripensandoci bene, in molti dei nostri spettacoli le danzatrici sono a seno scoperto. Non amiamo però la nudità integrale se non è necessaria, ma in questo caso lo era.  Le abbiamo provate tutte ma ci siamo accorti che era inevitabile, si dimentica però dopo un attimo, la pelle delle danzatrici diventa il loro abito. Del resto di fronte alla morte siamo tutti nudi.

Il vostro teatro si è arricchito di un nuovo indirizzo: Romanzo d’infanzia (1997) il vostro spettacolo per ragazzi che è stata la prima produzione italiana di teatro danza per giovani. Con questo si sono aggiunte nuove metodologie alla vostra pedagogia oltre al già consolidato lavoro di improvvisazione e composizione?

Antonella: Come dicevo prima “tutto nutre tutto”. La vita nutre il teatro, il teatro nutre la vita. L’incontro con gli allievi nutre i maestri e viceversa. Tutto è sempre molto scambievole come dei vasi comunicanti. Inevitabilmente Romanzo d’ infanzia è stata un’esperienza forte, anche per quantità di repliche (siamo alla soglia delle 700). Abbiamo girato il mondo e quindi l’aver danzato davanti a platee di bambini sicuramente ha arricchito e modificato il nostro percorso artistico e pedagogico senza però stravolgere quello che era già il nostro teatro e la nostra pedagogia. Basta stare in ascolto di quello che stai facendo e vieni nutrito.

Qual’ è il significato più giusto che secondo lei potremmo dare alla danza o meglio al teatro?

Antonella: Credo che chi faccia danza sia mosso da una vocazione e una passione molto forte. Il mestiere del danzatore è una cosa meravigliosa e potente ma allo stesso tempo difficile! È da dire anche che il danzatore, rispetto all’ attore, ha la strada più in salita. Ad esempio: se l’attore può arrivare un’ora prima dello spettacolo in teatro, il danzatore no. Egli deve stare lì ore prima… si deve scaldare, allenare giornalmente, ha bisogno di un ambiente di un certo tipo, ben riscaldato, pulito…Abbiamo molte meno stagioni di danza in Italia rispetto alla prosa e quindi meno possibilità di farci vedere, di lavorare. Se consideriamo i mezzi tecnici dello spettacolo poi, notiamo che in uno di narrazione si possono avere anche due soli fari sulla scena, uno spettacolo di danza richiede invece molto di più, è anche più dispendioso!  Nella danza tutto è più difficile.  Il danzatore se non ha dentro di sé questa vocazione, non resiste! Chi va in scena è di per sé un narcisista…ma a prescindere da questo il grande danzatore è colui che riesce a fare un vuoto di sé e a utilizzare tutta la tecnica che ha appreso senza farla vedere (poiché la sola tecnica annoia lo spettatore). Solo con il “vuoto di sé” potrà riuscire ad essere portatore del personaggio che lo spettacolo richiede.

In questo momento particolarmente difficile per la danza italiana secondo lei in quale direzione dovrebbe muoversi le nuove generazioni?

Antonella: E’ incredibile ma anche quando io e Michele abbiamo iniziato era tutto molto difficile. Oggi, guardando indietro, il passato ci potrebbe sembrare essere stato bello e facile ma allora lo abbiamo vissuto con tante difficoltà.  L’artista della danza nasce pioniere e muore pioniere! Non c’è un momento in cui anche con la notorietà non si debba faticare! L’Italia è il paese della tradizione più che della ricerca, in tutti gli ambiti, da quello scientifico a quello culturale, in quest’ultimo forse ancora di più perché considerato un po’ inutile, si incontrano ostacoli. Cosa direi ai giovani d’oggi? Fate cose meravigliose! Essi hanno tutta la mia empatia e comprensione.

Tornando a La morte e la fanciulla in scena qui al vascello fra poco… Quanto c’ è di Antonella in questa coreografia? Non mi riferisco naturalmente al suo apporto professionale

Antonella: C’è tutto di me… A livello coreografico sono io triplicata! Ho lavorato con le ragazze in grande sintonia ricercando liricità, gestualità e graffio femminile. Tutto è avvenuto con molta naturalezza e velocità! Dopotutto sono femmine … e io sono femmina!

Roma – Teatro Vascello, 21 luglio 2018

Fabiola Pasqualitto

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