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Intervista a Fredy Franzutti, instancabile creatore di un ballet classique tutto italiano.

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<<…venti anni fa, quando cominciai, avevo molto da imparare ma anche fra dieci anni penserò alle coreografie di oggi come un lavoro da migliorare perché nella vita e nel lavoro si ha sempre tanto da imparare>>
(Fredy Franzutti )

Roma – Il 2 e il 3 novembre scorso, al Teatro Olimpico di Roma, Il Lago dei Cigni di Fredy Franzutti ha festeggiato i suoi vent’ anni con tre repliche di tutto successo. Il balletto è nel repertorio tra le numerose creazioni di indubbio valore e riuscita che il coreografo, tra i più affermati e stimati del panorama italiano, ha foggiato per la sua compagnia leccese in oltre vent’anni di instancabile attività.

Creato da lui stesso nel 1995, il Balletto del Sud è diventato in poco tempo una realtà nazionale, designazione di un ballet classique d’ autore di cui l’Italia deve andare fiera. Un organico di tersicorei di alto livello tecnico per lo più giovanissimi con grande talento interpretativo. Circa quaranta produzioni di grandi titoli della tradizione classica e non solo. Allestimenti che hanno visto spesso la partecipazione di étoiles ospiti come Carla Fracci, Lindsay Kemp, Luciana Savignano, Alessandro Molin, Xiomara Reyes, Letizia Giuliani. Molteplici tournèe, in Italia e all’estero, in importanti teatri e festival per un totale di circa 104 spettacoli ogni anno. Partecipazioni in Rai TV e tanto altro ancora. Tutto autografato da Fredy Franzutti, autore indefesso che non risparmia il suo talento curando in prima persona nei dettagli tutta la creazione. Dalla scrittura drammaturgica, alla coreografia, alla scenografia ai costumi, padrone della scena, è un metteur en scène dei nostri tempi. Apprezzato subito da un grande pubblico, al quale da sempre restituisce genialmente la sua contemporanea rilettura del grande balletto per lo più romantico, Franzutti può essere considerato a mio avviso il creatore di un nuovo genere ballettistico contemporaneo, promotore di un ballet classique tutto italiano.

Quando nasce il Balletto del Sud e l’idea di un Lago dei Cigni tutto suo?

La compagnia è nata nel 1995 riscuotendo subito un suo successo territoriale nella città di Lecce e nel Salento.  Nel 1997, il Presidente della Provincia ebbe un’intuizione: per rilanciare le attività culturali e l’Orchestra Sinfonica residente decise di mandare in scena un balletto per Natale. Mi commissionò così la prima produzione: Lo schiaccianoci, scelta dovuta sia alla facilità di reperimento della partitura musicale sia perché era il balletto natalizio per eccellenza.  Fu un successo che replicò l’anno successivo con Romeo e Giulietta, nel 1999 fu la volta de Il Lago dei Cigni e l’anno successivo ancora de La bella Addormentata. Quella fu una grande opportunità coreografica in cui non mi si chiedeva di ricostruire un grande balletto bensì di fare il coreografo di un grande balletto. La tendenza di quegli anni era rivisitare i grandi classici, poco prima Matthew Bourne aveva messo in scena il suo Lago dei cigni, nello stesso periodo vado, per un viaggio di piacere, a sentire un bellissimo concerto di Wagner nel castello di Neuschwanstein, che è quello rappresentato sulla scena del mio Lago (avevo già visto Ludwig, il film di Visconti sul re di Baviera) lì scoprii che Ludovico II era stato anche lui a suo modo un “Siegfried” poiché la sua casa è piena di cigni. Sotto il castello c’è un lago dove tutte le barche sono a forma di cigno e oltretutto questo principe muore suicida nel lago come la storia originale del balletto. Oltretutto Siegfried è il nome anche degli eroi di Wagner, quindi riconobbi molte affinità. L’era in cui visse Ludovico II è la stessa in cui Čajkovskij compone il balletto ma io decido di ambientare il mio balletto circa vent’anni dopo come se Siegfried fosse un discendente di Ludovico II e arriviamo quindi all’inizio del secolo, nello stesso luogo però, come se il discendente avesse la stessa maledizione del suo antenato. La mia idea era poi riallacciarmi a quel filone della letteratura tedesca che racconta, come Il faust di Goethe, del Mefistofele che appare e crea un compromesso. Il mio Rothbard è come un demone che appare e poi il patto: _Vuoi rimanere giovane, bello e libero di responsabilità per tutta la vita? Dammi la tua anima e diventa un cigno! C’è poi una mamma che “pressa” per un matrimonio e quando il mio Siegfried va in vacanza sul lago incontra una principessa che ha accettato anch’essa l’inganno, nel mio caso i cigni sono infatti tutti gli amici che hanno accettato il patto con il diavolo, consenzienti all’inizio e pentiti dopo poiché si ritrovano prigionieri.

Il suo Rothbard è un personaggio bello e seducente per scelta?

Direi di sì, al tal proposito vorrei ricordare le parole di Mario Praz: _ La morte, la carne e il diavolo sono le tre componenti del successo dell’Ottocento.

Nella compagnia ci sono ballerini formati nella sua scuola?

In questo momento solo tre ragazze. La scuola è cresciuta molto, abbiamo un corpo docenti e staff organizzativo molto serio e professionale che viene fuori da vent’ anni di duro lavoro.

Quante persone lavorano per la compagnia?

Ho un personale stabile tra compagnia e scuola di circa 40 dipendenti tra i quali le sarte ad esempi, i macchinisti, gli scenografi, la segreteria… I ballerini hanno un contratto di dieci mesi all’anno.

C’ è un coreografo al quale si è ispirato quando ha cominciato o al quale le piace ispirarsi continuamente?

Mi ritengo un coreografo europeo che cerca di mantenere quanto più possibile l’identità di “coreografo italiano”. Mi piace l’idea del balletto in evoluzione ma sganciata dall’ esterofilia, non voglio rischiare di essere visto come un sottoprodotto europeo. Preferisco essere “il più buono dei diavoli’ anziché “il più cattivo degli angeli”. Sicuramente Matz Ek, il coreografo per eccellenza delle rivisitazioni, mi ha impressionato ma lui in realtà usa un linguaggio molto più teso verso le modernità. L’ironia che spesso si denota nei miei spettacoli è presa forse un po’ da Matthew Bourne, sicuramente Jiří Kylián è il maestro ideale delle grandi combinazioni. Roland Petit che ci ha insegnato il suo modo francese di essere chic. Non si può trascurare poi il lavoro intellettuale e spirituale di Maurice Bejart e il suo utilizzo delle grandi masse sulla scena. Personalmente cerco di dare alla tradizione un’evoluzione coerente senza discostarmi totalmente da essa. Sono molto rispettoso della tradizione ballettistica della musica che non è mai generalista, al contrario è invece specifica dell’anima del compositore. Credo che il coreografo debba rispettare soprattutto l’anima del compositore che con la sua musica parla e dice qualcosa che il coreografo non può contraddire. L’ evoluzione è sicuramente sperimentazione ma, come anche nella scienza spesso accade, per inventare una cosa nuova bisogna farne cento sbagliate.

In questi giorni lei è spesso a Sofia per lavoro… Com’ è lavorare all’ estero?

Ho questa opportunità di essere coreografo residente al Teatro dell’Opera di Sofia per un contratto triennale fino al 2021 quindi mi sposto li frequentemente. Sofia è una metropoli con molta disponibilità economica, la sua immagine è ormai lontana dal nostro immaginario di città dell’est, oggi essa è una città cosmopolita con una notevole cultura. Per tradizione la cultura ballettistica è molto sentita e la prima cosa che si avverte è che si sta facendo qualcosa di molto importante per la città. Per il balletto ci sono disponibilità di fondi e molti sponsor, è un evento turistico e gli spettacoli fanno sempre sold out.

Come avverte la critica italiana nei suoi confronti?

Ho sostenitori e detrattori, quest’ ultimi però solitamente non hanno mai visto la mia compagnia. Credo che intorno al Balletto del Sud ci sia un’aurea che nasce dalla diffidenza verso un qualsiasi “prodotto del Sud” ma la compagnia si chiama “Balletto del Sud” con coerente sede a Lecce e questo non si può cambiare! Naturalmente venti anni fa, quando cominciai, avevo molto da imparare ma anche fra dieci anni penserò alle coreografie di oggi come un lavoro da migliorare perché nella vita e nel lavoro si ha sempre tanto da imparare. La mia voglia di crescere è una spinta a migliorarmi. Personalmente mi considero un coreografo/autore e spero di fare un buon lavoro, che svolgo sempre con molto scrupolo. Nel 1999 Vittoria Ottolenghi vide un mio spettacolo e cominciò a scrivere in maniera positiva, sostenendo il mio lavoro e la compagnia. Negli anni diversi critici si sono avvicinati a noi con atteggiamento costruttivo e con scritti non privi di complimenti e spunti incoraggianti. Ovviamente non mancano le diffidenze ma sono sicuro che con il tempo, e con il lavoro serio, riusciremo a scioglierle.

                                                          Fabiola Pasqualitto

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