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Il Picasso di Sonia Nifosi, una straordinaria visione dell’arte.

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Davide Nardi in Picasso

Picasso, l’ultima opera della regista Sonia Nifosi sulle scene romane in questi giorni, è uno spettacolo che gli amanti dell’arte e non solo dovrebbero vedere almeno due volte. Picasso è riuscito in quello che oggi accade sempre meno e cioè “affascinare e incuriosire lo spettatore” lasciandolo con il desiderio di tornare a teatro. Se della vita e dell’arte di Pablo Picasso hanno già parlato numerose produzioni di celluloide e programmi televisivi, un lavoro teatrale era quello che mancava. Picasso di Sonia Nifosi è la prima produzione in Italia che dedica la danza e la parola al genio della pittura del XX sec. e lo fa con grande ricerca e studio, è una sorta di arte nell’arte in cui la parola e la danza, a braccetto, vanno incontro alla pittura. Un’ immersione nella vita dell’artista, dagli anni bohémiens vissuti nell’ atelier parigino fino alla sua ultima storia d’amore con Jacqueline Rogue. Proprio dalla finestra dell’atelier dell’artista entra lo sguardo esterno del narratore, il bravissimo Paolo Ricchi, che ci accompagna nella comprensione dell’opera di Picasso. In quella stanza, momenti di vita privata si susseguono insieme all’evolversi della sua pittura. Ne vien fuori un ritratto dell’artista colorato di blu, di rosa e soprattutto debitore delle sue donne, ispiratrici, muse, amanti e mogli, vittime del genio Picasso. Sono andata a vedere lo spettacolo ed ho visitato la sua galleria, ero seduta fra i suoi quadri; e sul palcoscenico, il suo atelier, ho potuto incontrare i suoi figli, i suoi dipinti, i suoi compagni d’arte. Ho visto Diaghilev che lavorava a Parade e gli scriveva una lettera chiedendo consigli. C’era anche suo figlio che per tutto il tempo mi ha parlato di lui, della solitudine che procurava a sua madre Olga, della folle amante Dora Maar, e degli altre sue donne, sacrificate in ragion dell’arte… E i suoi dipinti sembravano tableau di danzatori… Come un tuffo in un altro tempo sono entrata in una pièce curata nei minimi particolari, “fatta ad arte” direi. In apertura una giovane donna con un velo che dal cappello si posa delicatamente sulle sue spalle e una luce che da sotto il cappello la illumina come una abatjour, mi pare di vedere La Ragazza di maiorca che Picasso dipinse nel 1905 e che mise qualche anno più tardi nel dipinto I giocolieri. E’ solo l’inizio di un intrattenimento in cui lo spettatore viene invitato ad indovinare il dipinto che appare a volte nella danza a volte nella mimica. Ecco, allora, L’ Arlecchino del 1903 che Davide Nardi, primo ballerino della compagnia, interpreta in una brillante danza come uscito da una scena della Belle Epoque. In Dames d’Avignon, i tre solisti (Davide Nardi, Vanessa Costabile e Valeria Bertoni) diventano cinque insieme alle maschere piatte e senza spazio tenute come dello zucchero filato e i loro corpi si muovono slegati dai quei visi un po’ deformi. Picasso scrisse così di se stesso: “Se tutte le tappe della mia vita potessero essere rappresentate come punti su una mappa e unite con una linea, il risultato sarebbe la figura del Minotauro”. La danza prende il sopravvento sulla parola nella rappresentazione de Il Minotauro, disegno alter ego di Picasso. Nell’ assolo e nel pas de deux il desiderio ossessivo per la femmina e del possesso carnale di essa rimangono comunque confinati nell’estetica del bello e non dissacrano come invece accade nella pittura di Picasso. La fisicità e l’eleganza del primo ballerino danno lezione di classicismo e il movimento diventa linea del disegno ancora distante dalla svolta cubista. Alla danza si alterna la mimica dell’attore Luigi Rosano in Vecchio con Chitarra del periodo blu e in Buffone e giovane acrobata del periodo rosa. Anticipa e rimanda al cubismo la presenza sulla scena di uno sgabello, a forma di cubo, ovviamente, posto si dall’inizio nell’ atelier. Mero oggetto utilizzato e spostato da un punto all’altro nelle scene del periodo blu e del periodo rosa, scompare alla fine lasciando spazio ad un grande puzzle di cubi, ecco il Guernica dalle misure quasi realistiche a tal punto da chiudere quasi il boccascena. L’opera di Sonia Nifosi è però lontana dal voler essere un inno al cubismo. L’ evoluzione dell’arte di Picasso scorre su un filo narrativo costituito dall’ incontro con le sue donne, vittime sacrificali di un progetto più grande e ci mostra l’egoismo dell’uomo. La nascita di un dipinto avviene sempre con la conclusione di un periodo insieme ad una donna. Come dei flash cinematografici sono narrate le storie d’amore e d’ amicizia con le sette donne più importanti della sua vita interpretate dalle danzatrici Vanessa Constabile e Valeria Bertoni. La prima brava interprete della leggiadra Fernande, si trasforma poi nell’aristocratica danzatrice russa Olga Khokhlova, per diventarela folle Dora Maar fine a concludere con l’interpretazione dell’ultima donna di Picasso, la francese Jacqueline Roque. La seconda, notevole nell’ umile e sottomessa Marie-Thérèse Walter, nell’ amica Marcelle Humbert, e nella determinata Françoise Gilot. Più di tutti merita l’interpretazione di Pablo Picasso che Davide Nardi affronta, nonostante l ‘infortunio al piede avvenuto proprio durante le ultime repliche. Lodevole, impeccabile nella tecnica e accattivante nella mimica, i suoi tratti ricordano molto Nijinskij. Tutto sembra un quadro dipinto, una scena en trompe l’oeil di cui la musica, la parola, i costumi e la scenografia ne sono i colori. Anche il metateatro con la danza nella danza dei Ballets Russes…Nulla ha a che fare con la danza e il teatro di ricerca di cui in molti, forse troppi, oggi si arrogano il diritto di appartenere, ma della ricerca e dello studio sento l’odore e il sapore. Sembra di aver fatto un balzo nel passato, niente sembra nuovo ma tutto è straordinariamente d’ avant-garde.   

                                                                           Fabiola Pasqualitto

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