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Il divenire nell’immagine-movimento dei DV8 Phsical Theatre

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Riceviamo e con piacere pubblichiamo questo interessante contributo di Fabrizio Laurentaci.

Danzatore, docente, coreografo e regista, Fabrizio è laureato in composizione della danza presso l’Accademia Nazionale di Danza di Roma, e ha conseguito la laurea magistrale in Spettacolo Teatrale, cinematografia digitale all’Università la Sapienza di Roma.

La nascita della regia teatrale e lo sviluppo incalzante del cinema, agli inizi del Novecento, sono i due fenomeniche hanno rivoluzionato l’idea dello spazio e del tempo nella rappresentazione. L’opera viene concepita come un corpus organico in funzione dell’espressione, un ‘tutto’ secondo una visione dell’artefice per una visione dello spettatore. Si scopre la percezione di una coscienza in movimento, sia dell’autore che dello spettatore, in grado di cambiare il modo di pensare il teatro, le immagini e l’arte: la visione trascende il visibile per divenire fisicamente vissuta.

Il linguaggio coreutico del Novecento ha generato un corpo sociale attraverso il quale poter presentare l’ideologia corporea di una determinata cultura. Un ‘essereetico ed estetico’ dell’individuo che ha consentito alla danza di vivere nella duplice esperienza scaturita dall’incontro fra la corporeità in azione del danzatore e lo spettatore. In questo fenomeno di espressione artistica, sociale e culturale va ravvisato il possibile dialogo semiotico, induttivo e deduttivo, che ha influenzato la danza e il cinema. «D’altra parte – come ha osservato in diverse occasioni Merce Cunningham – l’eccezionale sviluppo della tecnologia dell’immagine nel XX secolo non poteva non coinvolgere la danza a tutti i livelli (dal processo creativo, alla fruizione, allo studio) dato che la danza è già un’arte visiva».

(Di Bernardi 2012: p.14)

La nascita della regia teatrale consolida un pensiero della rappresentazioneche viene fisiologicamente assorbito nello spettacolo cinematografico. Adoperando un’espressione ‘deleuziana’[1], possiamo dire che esiste una coreografia delle ‘immagini-movimento’ in grado di far apparire un invisibile, che decostruisce la visibilità frontale e rivela il rovescio del visibile. Questo emerge sensibilmente dai filmdei DV8 PhysicalTheatre, nei quali le interrelazioni dirette o reciproche fra la plasticità di un corpo, vivente o inanimato, in relazione ad un luogo o altri soggetti, rendono materico l’intangibile.

Nella produzione dei DV8 il cinema e la danza hanno reinventato la propria identità attraverso una nuova percezione dell’estetica. La scelta della danza infatti, non si rivolge solo all’atto coreografico, non ha un mero orientamento estetico nella forma, ma è piuttosto una ‘forma di pensiero’ che fa riflettere, in cui gesto e movimento aprono alla complessità dell’umano e inducono a interrogarsi su cosa sia quel ‘danzante’, capace di mostrare l’invisibile e di esprimere l’indicibile.

Il PhysicalTheatre nasce intorno alla metà degli anni Ottanta presentandosi come forma di espressione oltre la danza, oltre il teatro, proponendo un modo nuovo di esplorare temi pregnanti per sviluppare idee, superando vecchi codici, e creare nuovi linguaggi. Il lavoro dei DV8 PhysicalTheatre, punta di diamante all’interno di questa forma di espressione,è basato essenzialmente sulla rottura delle barriere fra danza e teatro, al fine di comunicare idee e sentimenti in modo chiaro e non pretenzioso. Il loro è un lavoro radicale ma accessibile ad un vasto pubblico, improntato sul rischio, sia estetico che fisico. Nel loro linguaggio d’innovazione interagiscono codici diversi che possano creare suggestioni e significati alternativi, grazie alle collaborazioni con artisti e professionisti provenienti da ambiti differenti.

Nell’acronimo DV8 si esplicita un forte legame (Dance and Video 8) a film e video, ma esso contiene anche un’interessante assonanza con il termine inglese deviate, che evidenzia il succitato proposito di affrontare rischi fisici ed estetici per abbattere le barriere tra danza, teatro ed esperienze personali, in funzione di un’arte accessibile e non più elitaria, in grado di mettere in scena tematiche attuali e comprensibili. Il Teatro è un luogo ideale in cui miscelare generi e linguaggi innovativi alla ricerca di significati chiari e al contempo stimolanti, ma è il video ad incrementare la popolarità dei DV8 e del suo direttore, Lloyd Newson. Nato in Australia, Newson si avvicina alla danza mentre studia psicologia e sociologia all’Università di Melbourne. Ottenuta una borsa di studio alla LondonContemporary Dance School, prima di formare la propria compagnia, danza e crea coreografie per diverse produzioni, lavorando con personaggi tra i più provocatori della scena coreutica contemporanea degli anni Ottanta, come Carole Armitage e Michael Clark. Avendo risvolti narrativi, il lavoro di Newson si presta molto bene ad essere realizzato anche in forma cinematografica. Alcune sue creazioni teatrali vengono tradotte in film dai registi David Hinton e Clara Van Gool, mentre la trasposizione in video di The cost of living viene diretta dallo stesso autore.

Ogni produzione dei DV8 evidenzia l’importanza del processo con cui è stato realizzato ciascun progetto. La compagnia è riuscita ad ottenere finanziamenti in grado di coprire lunghi periodi di ricerca e sviluppo dell’opera, al fine di mantenere integrità artistica e alta qualità realizzativa in ogni nuova produzione. Il lavoro dei DV8 reinveste la danza di significato, particolarmente là dove esso è andato perdendosi attraverso le tecniche formalizzate, per focalizzare il discorso su temi più ampi e complessi. Nella loro opera cinema e teatro si esaltano a vicenda per raggiungere un pubblico trasversale: è unwork in progress creativo, che tende a oltrepassare i clichè socio-culturali attraverso un riesame dei ruoli e delle relazioni di uomini e donne nella nostra società. Lloyd Newson guida la compagnia dal 1986, ne ha ideato e diretto tutte le produzioni sceniche, ad eccezione del primo lavoro, My Sex Our Dance, frutto di una collaborazione con Nigel Charnock.

Rifiutando l’astrazione che permea gran parte della danza contemporanea, Newson ha preferito dirigersi verso creazioni con un indirizzo concettuale o narrativo. Data la peculiarità dei contenuti su cui è basata ogni opera, il cast muta in funzione della materia e del tipo di performer richiesti per ogni nuovo lavoro. La compagnia non ha un gruppo permanente di interpreti e molti, nel corso degli anni, hanno contribuito al suo successo. La poetica del collettivo è quella di sfidare i preconcetti su ciò che il corpo, e il suo movimento, può o deve trattare. Il contenuto dell’opera coreografica deve arrivare allo spettatore in modo diretto e stimolarlo continuamente attraverso nuovi interrogativi, mostrandogli situazioni sociali estreme. La curiosità di Newson nei confronti delle persone, la sua capacità di osservare e il desiderio di approfondire le aree in cui la danza non aveva mai osato andare vengono utilizzate per sviluppare il suo teatro fisico. La ricerca di ogni nuova produzione è sempre rigorosa e gli esecutori ne assumono la responsabilità insieme allo stesso coreografo. Oltre ad essere bravi danzatori, i suoi interpreti devono essere disponibili all’improvvisazione e alla sfida, non solo fisica, ma anche emotiva. Spesso si chiede di mostrare parti di sé stessi che la maggior parte degli esseri umani non rivelerebbe mai e, talvolta, accettarne il ‘fallimento scenico’ come conseguenza: un rischio aumentato in modo esponenziale nel momento in cui le produzioni sono state diffuse attraverso mass media e canali televisivi. Sesso, omosessualità ed eterosessualità, violenza, mercificazione del corpo, sono le tematiche ossessive nella prima produzione del gruppo. In esse, come nelle produzioni successive, la forma del corpo danzante non è sacrificata, al contrario, ogni movimento estratto dalla quotidianità viene riscritto nella fluida carnalità del ‘contact’ quale mezzo perfetto attraverso cui l’idea può svelarsi, rendendosi essa stessa immagine-movimento. L’immagine viene così traslata dalla sua formulazione nello spettacolo dal vivo alla scrittura filmica in maniera naturale: spesso Newson ha prodotto la trasposizione in film delle opere realizzate per la scena, ricevendo per esse importanti e prestigiosi riconoscimenti internazionali.

Nel febbraio del 2015, all’AuditoriumParco della Musicadi Roma per il Festival Equilibrio, ho assistito a John,all’epoca ultima produzione teatrale dei DV8 PhysicalTheatre. Jhon ha un concept di tipo meta-cinematografico:nasce da un’idea concepita attraverso immagini in movimento. La differenza sostanziale è nel vivente reale, che si concretizza contemporaneamente nell’esecuzione degli interpreti e nella visione dello spettatore. Grazie alla grande prova dei nove attori-danzatori, che mostrano una notevole preparazione e un’eccellente qualità di movimento, il testo s’incarna nei loro corpi e diventa totalizzante.

Pasolini, nel suo Manifesto per un nuovo teatro, afferma che «il teatro dovrebbe essere ciò che il teatro non è». (Pasolini, 1968: p.1) Con il supporto delle parole di Pasolini concludiamo che con John i DV8 hanno realizzato un percorso inverso rispetto a tutte le produzioni precedenti, portando in scena un’opera meta-cinematografica, che apre il suo diaframma ad un mondo scomodo da guardare, il cui ‘obiettivo’ non è lo scopo della performance teatrale, ma l’obiettivo di quella cinepresa immaginaria con la quale Lloyd Newson e lo spettatore scandagliano il soggetto. E come per il cinema, in questa visione totalizzante, spazio, movimento e tempo si fondono in un teatro che ‘teatro non è’, almeno non secondo una concezione convenzionale.

Filmografia dei DV8 PhysicalTheatre

Dead Dreams Of Monochrome Man, Dir. David Hinton, England, 1989

Enter Achilles, Dir. Clara Van Gool, England, 1995

Strange fish, Dir. David Hinton, England, 1992

The cost of living, Dir. Lloyd Newson, England, 2004

Bibliografia

Benjamin, Walter, Lʼoperadʼartenellʼepoca della sua riproducibilità tecnica, trad.it.                         Einaudi, Torino 1991

Deleuze, Gilles, L’immagine-movimento Cinema 1, Ubulibri, Milano, 1984

Deleuze, Gilles, L’immagine-tempo Cinema 2, Ubulibri, Milano, 1989

Di Bernardi, Vito, Cosa può la danza – Saggio sul corpo, Bulzoni, Roma, 2012

Merleau-Ponty, Maurice, Il visibile e l’invisibile, Bompiani, Milano, 2007

Pontremoli, Alessandro, La danza. Storia, teoria, estetica nel Novecento, Laterza, Roma, 2004

Articoli in rivista o quotidiano

Pasolini, Pier Paolo, Manifesto per un nuovo teatro, Nuovi Argomenti, Roma, 1968


[1]Gilles Deleuze, che all’inizio degli anni Ottanta scrive due importanti opere, L’immagine-movimento e L’immagine-tempo, sostiene che i grandi autori del cinema possono essere paragonati non soltanto ad altri artisti, quali architetti, pittori o musicisti, ma anche a dei pensatori, che riflettono attraverso delle ‘immagini-movimento’ e delle ‘immagini-tempo’ al posto dei concetti. Secondo Deleuze, a differenza delle arti posate, cioè fatte di pose (scultura, pittura, fotografia), che concepiscono forme e idee eterne ed immobili, il cinema, come la danza e il mimo, libera valori non-posati, e riporta il movimento all’istante qualsiasi; esso non cerca il tutto, poiché il movimento si fa solo se il tutto non ne può essere dato: appena ci si dà il tutto, il tempo diviene immagine dell’eternità e di conseguenza non c’è più posto per il movimento reale che è puro divenire senza sosta. Le immagini-movimentomostrano un’intenzionalità che si modula nell’esistenza, che è sempre una struttura mobileche s’inscrive essa stessa nel mondo come l’azione e il movimento del corpo vissuto.

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