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Il caso e la necessità regolano “Il luogo del paradosso” di Gabriella Stazio, innovativa storia del corpo

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photo © Pasquale Ottaiano

NAPOLI – Che il corpo sia il luogo in cui perfettamente si incarna il paradosso delle nostre vite e che quindi non abbia bisogno di altro, se non di se stesso, per rappresentarci è l’intuizione di fondo. E portarla in scena non era una sfida da poco. Gabriella Stazio lo ha fatto: nella sua ultima fatica, la coreografia che chiama appunto “Il luogo del paradosso”, presentata al Teatro Mercadante nell’ambito della rassegna Stabile Danza. Un lavoro che ha diversi, significativi punti innovativi. Innanzitutto si tratta di uno spettacolo in due episodi, seguiti ciascuno da una replica. È la prima volta che la coreografa napoletana, fondatrice di Movimento Danza, costruisce una struttura di questo genere. Non si tratta, ovviamente, di una “storia” in due parti, né di due facce di una medaglia, e nemmeno di due diversi concept. E allora? Allora, come sempre del resto, bisogna vedere per capire. In questa coreografia Gabriella Stazio ha chiesto ai danzatori di esprimere il proprio modo di sentire il corpo, mettendo a fuoco di volta in volta azioni come “il corpo represso”, “il corpo civilizzato” eccetera. Ognuno ha quindi sviluppato una personale “storia” del proprio corpo. Perché questo è stato uno dei punti di partenza per questo lavoro: il tentativo di ridare al corpo la sua storia e di restituire alla storia il corpo, sulla scorta di una full immersion nel bel libro “Il corpo nel medioevo”,  dello studioso di storia medievale Jacque Le Goff. È lui che ha affermato che “il corpo è il luogo di un paradosso, ovvero il luogo dove si incontrano peccato e martirio”. Il corpo è tutto ciò che siamo ed è quindi, necessariamente, rappresentazione e campo di battaglia, il luogo di ogni libertà come di ogni oppressione. E come noi attualmente percepiamo il nostro corpo è frutto di un processo culturale lungo, che si è originato proprio nel Medioevo.  Oltre all’opera di Le Goff, a cui Gabriella Stazio si è ispirata, ha fatto da catalizzatore del lavoro creativo anche l’appassionata lettura di “Una stanza piena di gente”, di Daniel Keyes, biografia di Billy Milligan, un giovane criminale con il disturbo di  personalità multipla (ben 24!).

I danzatori, quindi, hanno costruito dei “nuclei coreografici”, o “azioni principali”, intorno ai quali ruota la rappresentazione. Ma la scelta di quali di queste “cellule” attuare e in quale successione resta dei danzatori. Anzi fin dall’inizio la decisione è affidata al caso, con il sorteggio del primo ad entrare in scena. Anche la musica, di Francesco Giangrande, non è conosciuta in anticipo né dai danzatori né dallo stesso musicista, che sul momento decide con quale brano iniziare, come proseguire e quindi crea istantaneamente la musica mentre il pubblico vede lo spettacolo. Questa scelta non è solo dovuta all’amore per  l’immediatezza della creazione e al piacere di offrire una rappresentazione non logorata dalla ripetizione delle numerose prove. È anche una cifra costante nel lavoro coreografico di Gabriella Stazio, che fin dagli esordi nei primi anni 80, ha privilegiato la ricerca in questo senso. Il principio della casualità (già amato da Cunningham) si intreccia così a quello della necessità, in un percorso intimamente legato all’esperienza del vivere. E non finisce qui. L’altra significativa novità è quella di portare in scena sei danzatori di età molto diversa, dai 27 agli 80 anni. Perché in una storia del corpo non ha senso escludere chi proprio di quella storia ha più lunga esperienza. La scelta di escludere dalle scene gli over 50 o 60 si addice a chi dà spazio ai virtuosismi tradizionalmente intesi. Ma il corpo è prezioso in ogni suo elemento ed è portatore di un racconto inesauribile anche solo nello sguardo o in una mano. Così nello spettacolo vediamo Joseph Fontano e Roberta Escamilla Garrison, gli antesignani della danza contemporanea in Italia, maestri un tempo della stessa Stazio, coreografi a loro volta, danzare a fianco dell’ottima Sonia Di Gennaro, da sempre nella compagnia di Movimento Danza, di Claudio Malangoni, coreografo e direttore artistico e Michele Simonetti, professore di danza contemporanea, già noti e apprezzati dalla coreografa e dal pubblico, e della new entry Angela Caputo, nello splendore dei suoi anni.

I danzatori, quindi, creano ogni sera una rappresentazione differente. Il materiale coreografico è diverso nel primo e nel secondo episodio, ma anche le repliche non possono essere identiche ai debutti. La coreografa ha deciso con il Teatro Mercadante – che è coproduttore di questo lavoro – di fare due episodi, ma data l’impossibilità ( e la non volontà) di ripetere lo schema nelle repliche, si tratta comunque di 4 momenti diversi.

Quello che lo spettatore vede è un “discorso dei corpi”. A sequenze individuali che assomigliano a dei veri e propri assoli, perché eseguite da un danzatore alla volta, seguono sequenze collettive, tuttavia non danzate da tutti e nemmeno per tutta la loro estensione. Il gruppo a volte è un gruppo a volte è un insieme di individui scollegati tra loro, ciascuno intento a una sua personale espressione, riposo, o presenza. Capita che ci si incontri in due o in tre. Capita che il gruppo al completo esegua un segmento in sincrono (all’interno di quelle che Gabriella Stazio chiama sinapsi, le sequenze d collegamento tra le azioni principali), per poi sciogliersi di nuovo. Brillanti, ciascuna nel suo personale modo, le performance dei danzatori.

Mara Fortuna

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