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Christina Ezrahi I Cigni del Cremlino. Balletto e potere nella Russia sovietica. Roma, Gremese 2017.

Traduzione di Maurizia Paolucci, edizione a cura di Marta Mele.

 L’editore Gremese, che aVisualizza articoloppartiene al raro numero di case editrici che da anni si occupa di pubblicare importanti testi sulla danza e il balletto, ha dato alle stampe lo studio di Christina Ezrahi I Cigni del Cremlino. Balletto e potere nella Russia sovietica, pubblicato in inglese nel 2012 dalla Univerity of Pittsburg Press. E’ opinione comune tra gli studiosi che gli Stati Uniti, con i ricchi fondi delle sue università, delle case editrici e delle biblioteche, stia diventando l’archivio dell’Europa, soprattutto per quanto riguarda gli studi relativi a teatro, musica e danza. In effetti il lavoro di Christina Ezrahi, storica e studiosa della cultura russa, si fonda sullo studio fatto in numerosi archivi di letteratura, di musica e di teatro di Mosca e San Pietroburgo, e su articoli di giornali  e importanti testi critici e di artisti russi difficilmente reperibili in Occidente ed in italiano. Il testo inoltre è corredato da due importantissime appendici: la  prima riguarda le note biografiche degli artisti citati nel testo e fornisce delle informazioni indispensabili per tutti gli studiosi ed appassionati del balletto russo del Novecento. La seconda appendice è estremamente interessante perché illustra i principali allestimenti di balletti nella Russia sovietica sia in relazione agli allestimenti dei classici, sia alla produzione di nuovi titoli, spesso ignorati in Occidente.

La lettura dei  Cigni del Cremlino getta uno sguardo approfondito ed accurato ai profondi sconvolgimenti culturali e sociali che seguirono la Rivoluzione d’Ottobre che riguardarono anche il balletto classico che fino ad allora era stato l’emblema della corte zarista. Spiega anche l’accesissimo dibattito culturale che invece riuscì a mantenere in vita il balletto e a creare lo sviluppo tecnico e artistico di cui ancora oggi si vantano i teatri del Bol’šoj di Mosca e del Mariinskij di San Pietroburgo. In Italia solo la professoressa Concetta Lo Iacono aveva affrontato il tema della danza in Russia nel Novecento nel suo Balletto in Russia pubblicato in EDT con il titolo  L’arte della danza e del balletto. Frammentate e parziali risultano invece  le testimonianze rilasciate, a più riprese, negli anni da tutti i ballerini che lasciarono la madrepatria dopo la Rivoluzione, raccolte nelle loro biografie.  Il lavoro della Ezrahi racconta i particolari della vita dei ballerini all’interno delle istituzioni sovietiche che rendono vive le difficoltà, le emozioni e i progetti di quegli anni. Molto suggestiva è la descrizione dell’approccio al balletto del nuovo pubblico che è stupito nell’assistere ai primi spettacoli di danza dal fatto che nei balletti non vi fossero parole ma solo agili movimenti eseguiti in abiti succinti, fino ad arrivare all’entusiasmo provato già nel 1918 quando alcuni balletti furono allestiti nelle fabbriche e i prezzi dei biglietti dei teatri furono resi accessibili ai più umili. Ma negli anni ’19-’22, afflitti da una vera e propria guerra civile, e dagli immensi problemi economici del nuovo regime, la sopravvivenza stessa dei teatri e delle compagnie di balletto veniva messa in dubbio. Sull’onda del manifesto del futurismo russo del 1912, la cultura bolscevika voleva stravolgere lo spettacolo tradizionale e nacquero compagnie proletarie che mettevano in scena esperimenti con orchestre formate da sirene industriali. In un periodo in cui uno degli obiettivi culturali principali era l’alfabetizzazione di enormi masse di cittadini, molti si chiedevano se fosse necessario mantenere in vita le compagnie degli ex teatri imperiali. Per loro fortuna venne eletto Commissario del popolo per l’istruzione Anatolij Lunačarskij che invece difendeva i teatri Accademici e li riteneva necessari per conservare il retaggio culturale russo necessario per promuovere una vera cultura socialista. Nel libro della Ezrahi è descritto con accurate testimonianze il dibattito che per tutti gli anni Venti del Novecento animò la discussione sul mantenimento in vita del balletto classico. Molto importante per una disamina sull’estetica del balletto, che riguarda un po’ la natura dello spettacolo di danza  dalle sue origini fino ad oggi, è la diatriba che si afferma nel 1923 con l’allestimento della Sinfonia di danza di Fëdor Lopuchov, direttore artistico del Mariinskij dal 1922 al 1930. La Sinfonia di danza,  coreografata sulla Quarta sinfonia di Beethoven, rappresentava la concezione di Lopuchov della danza come pura visualizzazione musicale, proseguendo il processo di astrazione sulla scia dei balletti di Michail Fokine. Tale esempio di tancsimfonija, non ebbe molto successo ed ebbe una sola rappresentazione, il 7 marzo del 1923, ma ebbe un’ importanza imprevista nello sviluppo della danza Occidentale:  tra i suoi interpreti figurava il giovane George Balanchine. L’esperienza della Sinfonia di danza non ebbe sviluppo in quegli anni perché, nella discussione sull’importanza del balletto, prese sempre più coraggio la visione di coloro che promuovevano il dramballet, ossia il balletto drammatico che, alla ricerca di profondità psicologica e realismo narrativo, potesse promuovere i principi della rivoluzione culturale. In questa atmosfera viene creato nel 1940 il massimo traguardo del genere dramballet: Romeo e Giulietta di  Leonid Lavrovskij con la musica di Sergei Prokifiev, il balletto più importante del periodo. Ma l’autrice del libro sembra voler sorvolare sui successi maggiormente conosciuti in Occidente ed ha interesse a sottolineare come, in un regime di volta in volta interessato a difendere la tradizione o teso a sviluppare nuovi argomenti di propaganda ideologica, gli artisti della danza trovarono sempre, in una complessa dialettica con la macchina politica,  il modo di mantenere una propria autonomia artistica.  A questo proposito molto interessante è la presentazione dell’ideazione e della creazione da parte di Leonid Jakobson del balletto La cimice, del 1962, ispirato alla pièce omonima di Valdimir Maiakovskij, che negli anni ’20 era stato uno dei più spietati oppositori del balletto classico in quanto forma d’arte che ben rappresentava il filisteismo della nascente borghesia sovietica. Leonid Jakobson incontrò quindi opposizione sia da parte dei colleghi del Kirov, l’ex Mariinsij, sia da parte dell’establishment sovietico che aveva rivalutato Maiakovskij ripulendolo delle sue istanze più complesse ed avanguardiste. Natalia Makarova, interprete del ruolo di Zoja Berezkina ne La cimice, fu invece eternamente grata a Jakobson, l’enfant terrible della coreografia russa ed uno degli autori dell’Età dell’oro del 1930, per averle fatto comprendere come “l’emploi romantico mi andasse stretto… Sarò sempre grata a Jakobsonper aver creduto in me e per aver fatto emergere la mia vera natura e la mia vera personalità a poco a poco, facendomele scoprire per caso.”

In conclusione il libro di  Christina Ezrahi non solo è un importante ricostruzione storica di un periodo essenziale di vita e sviluppo del balletto russo, chiarisce problematiche estetiche relative alla natura drammaturgica o astratta del balletto del Novecento e, cosa essenziale per ogni ballerino di successo anche dei nostri giorni, dimostra quale importante responsabilità culturale ed artistica hanno le scelte professionali di ciascuno di loro.

Roberta Albano

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