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Pochi giorni ancora e il gioco delle Performing Arts, il Grande Slam,  promosso da Movimento Danza torna sul palco nella sua VIII edizione. Negli spazi di Galleria Toledo, Teatro Stabile d’innovazione e nuova sede per il Contest voluto da Gabriella Stazio, si esibiranno tutti i giovani artisti che avranno inviato la propria candidatura entro e non oltre il 23 marzo. Si può senz’altro parlare di un vero e proprio processo di scouting che ha come fine quello di reclutare nuove leve, giovani artisti, coreografi emergenti che per la prima volta fanno capolino nel mondo del professionismo. Tutto è nuovo in questo contest, ogni aspetto è pensato per dare valore solo e unicamente alla creazione coreografica e alle capacità interpretative del performer: niente distrazioni in scena – sono bandite scenografie e oggetti sul placo – no al disegno luci  e no alle coreografie di gruppo. Il lavoro presentato diventa a tal punto essenziale e libero da ogni sovrastruttura che a sopravvivere è soltanto il nucleo più intimo e genuino dell’atto creativo. La performance inedita portata in scena sarà di danza, teatro danza o physical theatre e non dovrà superare la durata massima di 2 minuti e mezzo.
I partecipanti sono divisi in due  categorie: performer e interpreti. I primi possono presentare assoli di creazione propria e inediti, i secondi, invece, assoli  appartenenti al repertorio della propria disciplina.
La giuria finale che sceglie i vincitori è composta da artisti, critici, operatori, da elementi estratti a sorte tra il pubblico e da alcuni artisti junior.
A guidarla è un Master of Cerimony che è arbitro del gioco e mediatore tra il pubblico e l’artista.

A pochi giorni dall’evento finale ascoltiamo Alessia Di Filippo, vincitrice della VII edizione de Il Grande Slam

Soltanto un anno fa ti sei classificata prima al concorso per giovani talenti Il Grande Slam, cosa ricordi di quel giorno? Che sensazioni ha provato quando sei stata proclamata vincitrice e che cosa senti a distanza di un anno?

Ricordo la bella atmosfera. La serenità delle prove che l’attimo dopo si trasforma in tensione dietro le quinte. E ricordo, soprattutto la concentrazione. Sono solita isolarmi con il mio iPod per riscaldarmi prima di qualsiasi performance, e ricordo di come l’aver ascoltato tutta la colonna sonora del Trono di Spade, da cui ho preso ispirazione per il pezzo, mi abbia dato la possibilità quasi di immedesimarmi in quella storia, di vivere quel personaggio. La vittoria poi non l’avrei mai immaginata: è stata una splendida conquista personale, ed è strano a distanza di tempo percepirla ancora in maniera così vivida.

Questo concorso è una delle poche vetrine esistenti a Napoli per dare luce ai giovanissimi della danza che aspirano al professionismo, che vantaggi e che occasioni hai potuto sfruttare grazie al Grande Slam?

Era la terza volta che partecipavo al Grande Slam. È l’Occasione, non a caso con la “O” maiuscola, per esprimere se stessi, attraverso la “propria danza”, la “propria musica”, perché chi mi conosce sa perfettamente quanto la musica mi sia necessaria e fondamentale per creare la “mia danza”.

Appena una manciata di minuti sono a disposizione dei concorrenti per dimostrare tutto il proprio talento, hai in seguito avuto modo di sviluppare il tuo lavoro?

No, purtroppo non ne ho avuto la possibilità. Ma spesso lo riguardo e spesso ci ripenso. Ha sicuramente avuto uno sviluppo mentale, ma almeno per ora non messo in atto.

In cosa sei impegnata oggi? Ti metteresti ancora in gioco al Grande Slam?

Impegnata ancora oggi nella danza, nella musica, nel canto, nella tesi in Ingegneria Biomedica che sto scrivendo…tante le cose  e tutte necessarie per realizzarmi. E perché no, è sempre bello potersi mettere in gioco ad una manifestazione come lo Slam.

Che consiglio senti di dare a chi partecipa per la prima volta a questo contest?

Posso solo dire ad alta voce quello che direi a me stessa: mi concentrerei su una ricerca multipla, su come quello che mi circonda riesce ad alimentare il mio corpo, e, ancora una volta, su come la musica riesce a infondere in me il movimento.

Manuela Barbato