Il terzo appuntamento della rassegna Cinemaèdanza, curata da Raffaella Giordano e Silvia Taborelli, per Sosta Palmizi, in collaborazione con l’Associazione culturale MACMA, si è svolto il 27 novembre presso il Centro Culturale Auditorium Le Fornaci di Terranuova Bracciolin (Ar), nel Valdarno aretino.

A introdurre il film documentario di Kersti Grunditz “The Man Behind the Throne”, biografia del coreografo Vincent Paterson, Giorgio Rossi con “Lasciati Amare”, performance di danza e poesia sulle note dolci e malinconiche de Les marionettes di Z. Preisner (dal film “La double vie del Véronique”, K. Kieslowsky) e Black Sand di Bonobo, e un’improvvisazione piacevole e scanzonata sulla differenza di ritmi e di stili, che è giunta come un vero e proprio omaggio al genio di Paterson.

Ascolto Giorgio Rossi mentre coordina la preparazione delle luci di scena, fa il suo riscaldamento, prova lo spettacolo. È paziente e molto disponibile.

Al termine delle prove, rubo una bella manciata di minuti alla sua cena, che ha i minuti contati siccome poi lo spettacolo è la sera stessa, per farmi raccontare le sue visioni sulla rassegna e il suo percorso di danzatore e di coreografo.

Cinemaèdanza è la rassegna cinematografica organizzata da Raffaella Giordano e Silvia Taborelli, che Sosta Palmizi propone, nel suo primo anno di vita, al pubblico della provincia aretina.
Come dialoga la tua danza con quella dei film proposti?
Quando ho visto Dancing Dreams, il film sulla ricostruzione di Kontakthof di Pina con i ragazzi è stata un’emozione fortissima. Pina è stata la mia formazione. Quando a 17, forse 18 anni, a Parigi ho visto Sette peccati capitali, è stata una folgorazione vera e propria.
In verità in quel periodo sono stati tre gli spettacoli che hanno in qualche modo rivoluzionato la mia vita, La classe morta di Thaddeus Kantor, poi la Conferenza degli Uccelli di Peter Brook e poi Pina. E poi c’è stato un quarto, uno spettacolo di Carolyn Carlson, che è stata diciamo la mia mamma della danza.

In generale credo di poter dire che la danza è cinema.

C’è un film di Pasolini in cui Orson Welles fa la parte del regista, e ad un certo momento del film viene intervistato da un giornalista. Il regista è contrariato ma il giornalista è abbastanza insistente da convincerlo e infine gli domanda: “Ma lei cosa ne pensa di Fellini?” E Orson Welles risponde: “Danza”. E come Fellini, io direi anche De Sica… Pensa alla scena corale della tabaccaie in Ieri Oggi e Domani, danzano gli attori, ma soprattutto danza la macchina da un balcone alla strada, alle bancarelle… Oppure Giudizio Universale, sempre di De Sica, scritto da Zavattini.

Ho lavorato a stretto contatto con il cinema e quando insegno uso spessissimo esempi cinematografici. La danza come il cinema si rifanno alla vita, la differenza è che il cinema osserva, la danza traspone. Ma tutta la sfera delle emozioni, degli stati d’animo, come lo spettacolo che porto in scena stasera, “Lasciati Amare” è in qualche modo comune alle due arti. Nel cinema c’è sempre un filo narrativo legato all’amore, accade altrettanto nella danza. L’amore si danza, l’amore è cinema.

Come per Vincent Paterson, protagonista di The Man Behind the Throne, anche il tuo percorso, con le dovute differenze, si incrocia con il video, il cinema… e il circo.

Vincent è semplicemente meraviglioso. Conoscevo benissimo le sue coreografie ma non la sua persona, che ho scoperto proprio grazie a Silvia e Raffaella, attraverso questo film. Come lui, anche io ho lavorato molto per il cinema, con Liv Tyler e con Bernardo Bertolucci in Io ballo da sola, con Uma Thurman e Terry Gilliam ne Le avventure del Barone di Münchausen, e poi con Paolo Rossi, i Materelli, che poi ballano già da soli, Jovanotti, Lucia Poli. Paterson è straordinario perché è pop, nel senso etimologico del termine, è popolare, non trash. Le sue coreografie e i suoi gesti non sono mai volgari, quello che è accaduto dopo, appartiene a chi li ha riutilizzati. Pensa al confronto tra la danza di Michael Jackson o Madonna e le movenze di Lady Gaga o Miley Cyrus. Trovo che nel lavoro di Vincent ci sia molta poesia. E poi bisogna considerare che i video da lui coreografati, al fianco di John Landis, erano all’epoca delle cose mai viste, assolutamente geniali.

Vincent è stato davvero un grande innovatore. E nonostante questo anche per lui è arrivato il momento fatidico in cui la sua carriera sembra essere giunta ad una chiusura definitiva. È un momento secondo me ritratto molto bene nel film. Ed è molto importante, fa parte della vita di ogni coreografo. Mi ha ricordato l’esperienza nostra, di Raffaella, di Roberto Castello e del sottoscritto alla trasmissione Vieni Via Con Me, fu un lavoro molto bello, che però durò un solo anno perché non fummo più richiamati.

Proseguendo su Vincent, c’è poi l’ esperienza nel il cinema con Lars Von Trier… Per me il cinema è stata un’esperienza bella e faticosa. Ricordo l’esperienza con Bertolucci come un lavoro sul tempo devastante, dovevamo essere pronti praticamente in qualsiasi momento per ballare.

Il circo. A 17 anni volevo iscrivermi alla Scuola Internazionale di Teatro Jacques Lecoq, ma non avendo 20 anni e non avendo un’esperienza sufficiente mi suggerirono di fare un po’ di esperienza in un’altra scuola per ripresentarmi successivamente. E così partecipai a un’audizione del Conservatoire National des Arts du Cirque et du Mime, chiaramente nella sezione di mimo, perché a 17 ero troppo “vecchio” per il circo. Ho appreso tuttavia esercizi di acrobazia e giocoleria, e poi ho approfondito il mio percorso con Carolyn Carlson. In effetti in tutti i lavori, anche quelli che sono stati successivi, non mi sono mai staccato dal circo. Qualche anno fa, ad esempio, Marcello Chiarenza ha montato un circo contemporaneo basato sulle storie di Gilgamesh con un cast di artisti di circo europei, e ha affidato ad Alessandro Serena, il nipote di Moira Orfei, e al sottoscritto la cura delle coreografie.
E poi ancora, negli ultimi anni insegno periodicamente alla Scuola di Circo “Flic” di Torino e collaboro nell’allestimento di alcuni spettacoli, come quelli del Circo El Grito.
Il circo mi è venuto da Clown Dimitri. Lo amavo moltissimo da bambino.
Il circo è un mondo complesso, come la musica o la danza stessa. Il circo ha delle qualità che lo rendono diverso dalla danza e in qualche modo complementare: il circo è concreto, perché ha a che fare con la gravità, e lavora sull”efficacia, la disciplina, la fantasia e il sogno. In Europa ormai danza e circo viaggiano molto spesso assieme negli spettacoli e nella formazione, basti pensare a “Espace Catastrophe” in Belgio.
In Italia purtroppo c’è ancora un po’ di rigidità su questi punti.
Il circo non è puro esercizio fisico, ma coordinamento, teatralità , fluidità, senso dello spazio e del ritmo, elementi come vedi comuni alla danza.

Dal circo a Carolyn Carlson a Sosta Palmizi. Sosta ieri, oggi, domani. Il tuo legame con Raffaella Giordano. I re-incontri con Michele Abbondanza, Roberto Cocconi, Roberto Castello, a Rovereto e a Sesto Fiorentino… E Francesca Bertolli? Pensate ad una re-union?

Sosta… Sosta è nata perché più che altro siamo rimasti “orfani” di Carolyn Carlson (sorridendo).
Eravamo giovanissimi, avevamo credo 23, 24 anni quando lavoravamo con Carolyn alla Fenice, qualcuno da più tempo come Raffaella, qualcuno da meno, come Cocco (Roberto Cocconi, ndr). Poi successe che il contratto non fu rinnovato e non furono nominati direttori sostituti. A quel punto decidemmo di organizzarci autonomamente, di gruppo, forti dell’enorme lavoro creativo che avevamo svolto con Carolyn, era l’autunno del 1984. Con lei infatti ci confrontavamo spesso sui nostri lavori, avevamo degli esercizi specifici per ciascuno, lavoravamo assieme su alcuni temi, eravamo costantemente in attività.

Pensa che  Sosta Palmizi il 28 novembre compie i suoi trent’anni… Ricordo ancora come se fosse ieri la firma dello Statuto.
Il rapporto con Carolyn si è rarefatto, solo Michele è tornato a lavorare con lei dopo Sosta.

Il mio rapporto con gli ex-danzatori di Sosta Palmizi è bellissimo. Ci siamo re-incontrati a Rovereto, dove Michele e Antonella (Bertoni,
ndr) hanno organizzato una manifestazione bellissima in occasione della riapertura (dopo ben 12 anni) del Teatro Zandonai restaurato. Trenta danzatori di tutte le età, dai bambini, ai ventenni, fino ai cinquantenni come me (e qualcosa in più), e tra questi anche Roberto (Castello, ndr), Cocco e ovviamente Michele di Sosta Palmizi. Purtroppo Raffaella in quell’occasione non è riuscita a raggiungerci. È stato un incontro molto interessante, una vera e propria manifestazione della trasmissione delle esperienze e delle conoscenze, per una danza come mestiere di bottega. Trovo che sia un concetto molto bello. 

Un altro incontro simile è avvenuto pochi giorni fa a Sesto Fiorentino. Alessandro Certini, in occasione dei festeggiamenti dei 25 anni della sua compagnia (Company Blu, ndr) ha organizzato una serata molto emozionante con Roberto Castello, Charlotte Zerbey, Julian Hamilton, grande performer di Contact e Improvisation e il sottoscritto, basata sull’improvvisazione. Un’ora di danza “senza l’età” ma con tanta esperienza. È un vivere la scena diversamente e altrettanto ricco per noi e per il pubblico.

Francesca… Lei non danza più da 20 anni, vive in Inghilterra e si occupa di educazione al movimento. Certo sarebbe bello incontrarsi. A danzare siamo rimasti Raffaella, Cocco ed io. Recentemente ci è stato proposto di rimontare “Il cortile” per un gruppo di giovani danzatori, la proposta era interessante ma logisticamente poco fattibile e quindi stiamo valutando la possibilità di un remake de “Il cortile” con noi in scena. Sicuramente l’incontro di improvvisazione di Alessandro a Sesto ha smosso qualcosa in noi. “Il cortile” compierà gli anni il 26 marzo, sono i trent’anni della coreografia. Sarebbe bello portarlo in scena più avanti negli anni, ad esempio tra una decina d’anni, quando l’impatto del corpo sarà davvero forte. Oggi ancora un po’ di energia c’è a sostenere le resistenze del corpo. Si vedrà.

Mi viene in mente Pina e i suoi lavori con generazioni diverse di danzatori.
Pina era una donna alimentata da un’impressionante energia e da un bel po’ di sigarette… Non ho mai lavorato nella sua compagnia, ma spesso ho partecipato alle prove, indimenticabili i suoi pacchetti consumati. Una donna assolutamente straordinaria. La sua mancanza si sente. Sono già passati cinque anni dalla sua morte. Ricordo che andai a Spoleto a vedere l’ultimo spettacolo, lei era scomparsa da pochissimo, e la compagnia proseguiva stoica e sconvolta la tournée… Non dimenticherò mai il loro cordoglio.

“Sulla Felicità”?

È un gioco poetico di danza basato sui concetti di limite, condivisione e ironia, che ho realizzato con i danzattori Mariella Celia, Eleonora Chiocchini, Olimpia Fortuni, Gennaro Lauro, Silvia Mai, Francesco Manenti, Daria Menichetti, Fabio Pagano, Valerio Sirna, Cinzia Sità, Cecilia Ventriglia, e prodotto dall’Associazione Sosta Palmizi.

La danza per te, in una parola.

Una? Una?? (sorride). La danza. Seconda: la meraviglia.

Quando si danza l’estasi è totale: istinto vitale, pieno appagamento di tutti i sensi.
Quando ho danzato l’altra sera con Charlotte, Alessandro, Julian e Roberto, dopo lo spettacolo provavo un senso di pace ed equilibrio totale.

Posso dire che la danza nella vita mi ha salvato. Quand’ero ragazzo ero a un passo dalla delinquenza. Poi ho trovato la danza. La danza ha salvato molti di noi. Pensa a Simone Sandroni, l’artista con il quale danzerò in duo all’interno della rassegna di Invito di Sosta (12 aprile 2015, Teatro Mecenate, ndr), anche lui ha avuto un’esperienza simile alla mia. La sua salvezza l’ha trovata incontrando Wim Vandekeybus. Indimenticabile la scena di uno spettacolo che andai a vedere e dove danzava anche Simone: i danzatori reggevano tra le mani un mattone, poi lo lanciavano in aria, al di sopra delle loro teste e restavano lì, immobili finché non arrivavano altri danzatori a “salvarli” spostandoli e ad afferrare il mattone. Fiducia ed energia. Sfida e meraviglia. Meraviglia che vivi in scena, in sala, nel contatto con le parti del tuo corpo e del mondo, la danza è letteralmente un sentimento completo.

Giorgio Rossi sarà in scena al Teatro Vascello di Roma dal 9 al 14 dicembre con il suo ultimo lavoro “Sulla Felicità”.

sulla felicità_comunicato stampa_sosta palmizi

"Lasciati Amare", di Giorgio Rossi produzione Sosta Palmizi ph. Associazione culturale MACMA
“Lasciati Amare”, di Giorgio Rossi
produzione Sosta Palmizi
ph. Associazione culturale MACMA

 

"Lasciati Amare", di Giorgio Rossi produzione Sosta Palmizi ph. Associazione culturale MACMA
“Lasciati Amare”, di Giorgio Rossi
produzione Sosta Palmizi
ph. Associazione culturale MACMA
"Lasciati Amare", di Giorgio Rossi produzione Sosta Palmizi ph. Associazione culturale MACMA
“Lasciati Amare”, di Giorgio Rossi
produzione Sosta Palmizi
ph. Associazione culturale MACMA