Bollono tanti progetti ed idee nella pentola di Franco Corsi. Classe 1981, di Carrara, come ballerino non è passato inosservato a Micha Van Hoecke, che l’ha voluto nella sua storica compagnia Ensemble. A questa si sono aggiunte negli anni tante altre collaborazioni importanti che l’hanno portato a calcare i più prestigiosi palcoscenici italiani ed esteri. Ma anche come coreografo il giovane toscano si è già fatto notare, facendo incetta di riconoscimenti ed incarichi di rilievo. Con l’entusiasmo di chi ama il proprio lavoro ci parla dei traguardi professionali già raggiunti e dei prossimi obiettivi.
Franco, quando ha iniziato a studiare danza?
La mia è una famiglia di artisti, in quanto mia zia era una ballerina di teatro. Io ho iniziato a studiare danza non prestissimo, avevo circa otto anni. Ho cominciato con la danza classica, poi sono approdato al repertorio ed al contemporaneo.
I maestri a cui deve dire grazie?
La mia maestra Erna Bonk, prima ballerina del Royal Danisch Ballet di Copenhaghen, a cui devo davvero tutto. E poi Yoko Wakabajashi, assistente di Micha Van Hoecke, ed ancora Christophe Ferrari e sua moglie Raffaella Renzi. Inoltre, non posso non ringraziare Flavia Bucciero del teatro Verdi di Pisa, per la quale ho lavorato otto anni e che mi ha permesso di diventare, oltre che danzatore solista, anche coreografo della compagnia.
Lei oggi porta la sua arte in giro per il mondo. Quando ha maturato la consapevolezza che all’estero avrebbe avuto maggiori opportunità?
Ho capito presto che il panorama italiano a noi danzatori offre veramente poco. La danza in Italia è di due tipi: c’è quella televisiva e la contemporanea. Mentre i ballerini televisivi si possono permettere di campare di danza, noi danzatori di nicchia, contemporanei, dobbiamo approdare al di là delle Alpi per avere un riscontro artistico ed economico. Ed è questo il mio caso. Io ho lavorato in Germania, in Francia ed in America, dove ho approfondito una tecnica che amo molto, la Graham.

franco corsi

Vista la sua esperienza non posso non chiederle le principali differenze che nota se pensa alla danza in Italia ed alla danza all’estero…
All’estero l’organizzazione e la disponibilità di ogni ente lirico, dal più piccolo teatro fino al più grande, non si avvicina nemmeno minimamente a quella italiana. Non c’è paragone, a partire dal modo in cui accolgono i danzatori ed alle attenzioni che dedicano loro: ti seguono e si prendono cura di te per tutto il tempo che stai a teatro, preparandoti il buffet prima dello spettacolo, il camerino, gli asciugamani, le bevande. In Italia queste cose non esistono, non c’è grande considerazione per le compagnie sebbene il nostro Paese sia una fucina di geni artistici, coreografi e danzatori veramente validi.
Da ciò che ha potuto constatare direttamente quale Paese rivolge alla danza maggiore attenzione?
Se la giocano la Germania e la Francia. Io preferisco esibirmi e lavorare in territorio francese, ma per un gusto personale. La Germania, d’altro canto, ha una rete fitta di distribuzione molto ampia che offre al pubblico una vasta gamma di scelte che va dal repertorio al teatro-danza fino al contemporaneo. Lo stesso si può dire per il Belgio ed Amsterdam.
Ad oggi qual è la sua soddisfazione professionale più grande?
Sicuramente l’essere entrato nell’Ensemble di Micha Van Hoecke, che considero uno degli ultimi geni della danza contemporanea europea. Feci l’audizione per uno spettacolo e subito dopo aver sostenuto l’audizione scoprì che il maestro mi aveva scelto non solo come protagonista di quella produzione, ma anche per un altro titolo che aveva già in cartellone. Poiché oltre ad essere danzatore sono anche coreografo, ho provato soddisfazione anche nel vincere diverse residenze coreografiche all’estero. Ho riscontrato un buon giudizio da parte del pubblico europeo e questo mi ha spianato la strada anche qui in Italia.
Come ha appena ricordato si dedica anche alla coreografia: il salto da interprete a coreografo è stato un passaggio naturale?
Sin da giovane ho sempre avuto un occhio attento alla parte coreografica, mi sono sempre documentato sui vari stili di danza, sono andato a teatro tantissime volte, ho sempre cercato di scoprire tecniche e segreti dei coreografi con cui ho lavorato. Sono innamorato di Pina Baush, e proprio un mese fa sono stato a Wuppertal. Posso dire di essere uno dei pochi italiani, ed uno dei circa duecento danzatori provenienti da tutto il mondo, invitati a sostenere l’audizione per entrare nel Wuppertal Tanztheater. Non sono stato preso, ma ho avuto la soddisfazione immensa di arrivare fino alla fine e di potermi esibire davanti a tutta la compagnia. Per me la Baush insieme a William Forsythe, Jiří Kylián, Nacho Duato, sono delle colonne portanti, è a loro che mi ispiro. Ciò che poi conta, quando creo, è che allo spettatore arrivi un messaggio ben preciso.
Come definisce il suo stile?
Sicuramente contemporaneo. Direi poi con un largo respiro emozionale. Tutto quello porto in scena respira di quotidianità, di tecnica, tradizioni. C’è, inoltre, un pathos molto denso ed evidente.
Ad un giovane che studia danza consiglia di seguire il suo esempio e, quindi, di allontanarsi da casa?
Il consiglio che posso dare è di studiare bene e tanto, cosa che oggi non si fa. In genere si studia una o due volte a settimana, mentre è necessario fare lezione di classico tutti i giorni e raffinare la tecnica con gli altri stili. Io suggerisco una prima formazione in Italia, in quanto abbiamo validi insegnanti sia al Teatro dell’Opera che al San Carlo così come alla Scala o al Massimo, e poi di proseguire con almeno un’esperienza fuori, sia formativa che lavorativa. Una mia grandissima amica, Cristiana, maître de ballet a Basilea, si è formata in Italia come me ed ora sta vivendo numerose esperienze importanti. Dunque, una base buona il nostro Paese te la dà, ma per essere competitivi bisogna andare all’estero.
Ora in cosa è occupato e quali sono i suoi progetti?
Sono impegnato su più fronti. Sto insegnando danza contemporanea a Roma ed ho varie collaborazioni con compagnie italiane. Ho fatto parte fino a pochi mesi fa della NoGravity Dance Company di Emiliano Pellisari ed adesso sto lavorando con una giovane realtà molto interessante, la Fridanza Company di Monica Donati. E’ una compagnia di Roma, ma la linea madre della direttrice artistica, nonché coreografa, è di pensiero europeo. Ed infatti a maggio saremo in tour in Portogallo. Sempre a maggio, il 4, sarò il coreografo ed uno dei danzatori del concerto di Ella Armstrong, figlia del celebre Louis, al teatro Liberty di Milano in occasione dell’Expo. Mentre a settembre sarò all’Opera di Nizza come danzatore. Come coreografo l’obiettivo è di farmi conoscere sul territorio italiano. Anche se in questi ultimi anni ho avuto tante opportunità in bellissimi teatri della nostra penisola, ora vorrei affermarmi. Anche perché da noi oggi di coreografi contemporanei ce ne sono tanti, ma secondo il mio punto di vista quelli interessanti ne sono ben pochi.
Qualche collega che le piace?
Fabrizio Monteverde. Ed anche Silvia Martiradonna, amica e coreografa geniale, Monica Donati e Matteo Levaggi, vanto italiano nel mondo.