Ballerina, coreografa e docente, dal 2004 Francesca La Cava è direttore artistico del Gruppo e-Motion, compagnia aquilana di danza contemporanea le cui performance sono viaggi poetici e introspettivi all’interno dell’essere umano e della società di oggi.

Francesca, la danza quando è entrata nella tua vita?

A dieci anni. Prima ero una nuotatrice, il mio stile era il dorso. Tante gare a livello agonistico e tante medaglie, ma io volevo danzare.

Tra i maestri ed i coreografi che hai incontrato lungo il tuo percorso, quali ti hanno lasciato gli insegnamenti più preziosi?

Ho avuto tanti maestri. Ciò che lascia un maestro non dipende da quanto lo frequenti ma da quello che ti “regala”, dalla sua capacità di farsi ricordare e di averti donato per sempre qualcosa di sé. Ci sono maestri che ho frequentato pochissimo che sono ancora punti fermi del mio percorso. Ne posso citare alcuni: Inaky Azpillaga, Lindsay Kemp, Richard Move, Ori Flomin, Susanne Linke, Nicole Caccivio. I loro insegnamenti sono stati per me importantissimi. Poi ci sono quei maestri che, quando ero giovanissima, mi hanno consentito di conoscere altri maestri, come Paola Leoni, grazie alla quale ho avuto la possibilità di studiare, a quattordici anni, con nomi internazionali nel campo della danza contemporanea. E infine c’è una maestra amica che sarà sempre nella mia pelle: Elsa Piperno.

Ripercorrendo la tua carriera, quali sono state le tappe più emozionanti ed i traguardi che ti hanno inorgoglito maggiormente?

Le tappe più emozionanti? Ogni volta che sono andata in scena come danzatrice. Ogni volta che un mio lavoro va in scena. I traguardi che mi hanno inorgoglito? Le collaborazioni con grandi artisti: Guido Barbieri, Fabio Bonizzoni, Antonio Caggiano, Fabio Cifariello Ciardi, Luca Franzetti, Elenna Ledda, Mauro Palmas, Marco Schiavoni, Stefano Taglietti, Resiliens, Roberta Vacca, Angelo Valori. Proprio in questi giorni sto lavorando sulla prossima creazione IN-HABIT e mi inorgoglisce la presenza degli artisti con i quali collaboro e, in particolare, quella di Anouscka Brodacz e dell’artista Gino Sabatini Odoardi. Poi c’è la soddisfazione di essere riuscita a fare il mestiere che desideravo e di aver creato una compagnia di danza finanziata dal MIBACT, dalla Regione Abruzzo e dal Comune dell’Aquila.

Dal 2004 sei direttrice artistica del Gruppo e-Motion. Com’è iniziata quest’avventura?

E’ iniziata un po’ per caso. Nel 2004 il Festival di Tagliacozzo, diretto da Lorenzo Tozzi, mi invita per una residenza al Teatro Talia di Tagliacozzo. Una residenza suggerita da Tozzi per lavorare su una mia creazione. Inizia così questa avventura. Decido di fare un’associazione, di riunire alcuni amici danzatori con i quali lavoravo e ci prepariamo per il debutto, che è avvenuto nel luglio 2005. Nel 2004 non si parlava di residenze artistiche come oggi, quindi fu una bella occasione che venne ripetuta l’anno successivo. Inizialmente mi aiutò la Compagnia di Elsa Piperno e successivamente l’ASMED di Cagliari. Iniziai a presentare i bandi e i progetti di finanziamento alle attività culturali promossi dagli Enti locali e nel 2008, inaspettatamente, arriva il contributo del MIBACT. Nel 2013, dopo una lunga battaglia condotta personalmente, la danza entra nelle leggi di settore che finanziavano la cultura nella Regione Abruzzo.

Negli anni quali sono state le difficoltà che hai incontrato nel portare avanti questo progetto? E i momenti più belli?

Difficoltà? Tante! Inizialmente economiche e non di circuitazione. Economiche in quanto non era facile trovare contributi per far crescere l’associazione. Ora sono forse diminuite ma è più difficile la circuitazione in Italia. Una delle difficoltà che oggi s’incontra è quella di lavorare sempre con gli stessi danzatori in quanto spesso sono impegnati con più lavori in diverse compagnie. Ma sono stati tanti anche i momenti più belli. Forse, su tutti, il premio Vignale danza ricevuto nel 2010.

Alla coreografia quando ti sei avvicinata?

Mi è sempre piaciuto improvvisare ed elaborare dalle mie improvvisazioni delle partiture fisiche. Ho sempre avuto una grande attenzione alla qualità del movimento, alla pelle del danzatore e al suo rapporto con lo spazio. Ho sempre avuto la necessità di raccontare qualcosa attraverso il corpo. Come danzatrice mi piace il termine “interprete”, significa dare spazio a colui che rappresenta ciò che un coreografo desidera. Il momento in cui mi sono avvicinata alla coreografia è stato quando mi hanno proposto di presentare un mio assolo alla Biennale dei giovani artisti. Il resto è stato una conseguenza.

Le tue creazioni come nascono?

Nascono da ciò che vedo, ciò che leggo, ciò che ascolto. Nascono dal quotidiano, dal momento che sto vivendo. Non nascono dalla testa, arrivano inaspettatamente. Sono una necessità. Poi subentrano i danzatori che partecipano a 360° alla creazione, regalandomi nuove suggestioni. Il confronto con tutti i creatori e gli interpreti è importante. E’ importante ascoltarsi. Il feeling in sala prove è fondamentale: se viene a mancare questo sentirsi reciprocamente, la creazione non può procedere. Come ti dicevo prima, in questo periodo sto lavorando al 3° studio sul concetto di Muro, IN-HABIT. Questo lavoro nasce dall’esigenza di parlare di pelle. La pelle del danzatore è diversa da quella di chi non danza. La pelle è la barriera che ci separa e ci unisce con il mondo esterno. E’ un processo dinamico quello che il nostro corpo, grazie alla nostra pelle, intrattiene con l’ambiente circostante. Maurice Merleau-Ponty in “Fenomenologia della percezione” osserva che i viventi, con la loro semplice presenza, danno allo spazio un senso che il mondo di per se’ non ha. Il corpo costituisce l’apertura percettiva al mondo, esso è il veicolo stesso dell’essere al mondo. IN-HABIT è frutto di un lavoro iniziato nel 2014 che finalmente prenderà vita in questi mesi.

Quali coreografi ami particolarmente?

Diversi. I coreografi che amo sono quelli che mi hanno raccontato e mi raccontano qualcosa attraverso le loro creazioni, che mi fanno riflettere, che mi aprono la mente, che mi catapultano in una dimensione inimmaginabile. Coreografo/regista questo è il termine appropriato per i creatori che amo particolarmente. I passi di danza fine a se stessi non mi interessano. Amo il teatro, non è un caso che mi sono laureata al DAMS di Bologna con una grande maestra Eugenia Casini Ropa. Gli spettacoli che vado a vedere nascono sempre da un accurato lavoro drammaturgico. Il coreografo preferito? Il genio di Pina Bausch.

Cosa rappresenta la danza per te?

La danza ha sempre fatto parte della mia vita. Non riesco a immaginare la mia vita senza la danza. Senza l’arte. E’ una necessità.

Cosa ti senti di consigliare ad un giovane che desidera fare della danza la sua professione?

Se questo è il suo desiderio deve assecondarlo, mettere tanta energia, non abbattersi e proseguire diritto. Non è un mestiere facile. Ma se fare l’artista è un bisogno sono certa che niente sarà di peso nella strada da percorrere per raggiungere l’obiettivo.

Ci confidi un tuo sogno nel cassetto?

Il sogno nel cassetto c’è ma….preferisco non confidartelo.

Foto di Paolo Porto e Roberto Poli

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