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FLEXN è una creazione collettiva di Reggie Gray (Regg Roc) e Peter Sellars realizzata con la Flex community di New York e andata in scena al Teatro Augusteo nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia. La danza flex è un particolare genere di movimento ed espressione del corpo che, dal 2015, prende sempre più piede in America diffondendosi come un vero e proprio miscuglio di arti performative che abbiano lo scopo di esprimere la condizione sociale dell’uomo afroamericano.

21 ballerini sul palcoscenico, sipario aperto fin dall’inizio sulla scena illuminata da lunghi neon fissati sul fondale in maniera apparentemente casuale. Il pubblico prende posto in sala mentre i performer, in maniera del tutto disinvolta e rilassata si riscaldano e provano stralci di coreografie. L’atmosfera, grazie a questo éscamotage, ricorda molto da vicino ciò che accade prima di assistere ad una performance tra le strade di New York o nei parchi pubblici. Lo spettacolo d’improvviso comincia e l’impatto iniziale è sicuramente quello che più di tutti tocca l’apice della bellezza: un passo a due straziante che racconta storie di violenza domestica contro le donne. Amore e dipendenza, debolezza e morbosità sono catene indistruttibili che tengono legate le donne ai propri aguzzini e a nulla o a poco servono l’aiuto e i consigli di amici e di parenti se la voglia di salvarsi e scappare non viene da se stessi. Un uomo e una donna si amano e si odiano in un gioco di sopraffazione e fughe, in uno stile di danza che è fusione di elementi riconducibili alla Contact, alla break dance, al modern.

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Durante lo spettacolo il livello performativo dei giovani ragazzi in scena è per lo più elevatissimo, ognuno di loro fa letteralmente sfoggio delle proprie doti e capacità suscitando nel pubblico stupore e applausi a scena aperta. Il lavoro dura circa un’ora e mezza ed è caratterizzato da un susseguirsi di storie intime e realmente vissute da ognuno dei ragazzi: storie di droga, di morte, di violenza, di sopraffazioni, di razzismo. L’idea, a dir poco geniale, del regista Reggie Gray – che alla fine dello spettacolo ha incontrato il pubblico per un lungo dibattito – è quella di portare in giro per il mondo storie di confine, storie dure che caratterizzano la vita di chi abita nei sobborghi del mondo e che accomunano i ragazzi “di strada” di tutto il pianeta. Ottima idea quindi, non c’è dubbio, meravigliosi i performer, ma ad onor del vero lo spettacolo risulta molto debole. Troppo mimico e poco danzato per lunghi momenti, una comunicazione gestuale che segue passo passo le parole delle canzoni che spesso, almeno per la sottoscritta, risultano incomprensibili in quanto a velocità e slang, rendendo impossibile la comprensione del racconto e richiedendo uno sforzo sovrumano nell’interpretazione. Più di una persona infatti durante il dibattito ha sollevato il problema della necessità dei sottotitoli vista la stretta connessione tra gesto e testo. Altro aspetto debole è il ripetersi sempre degli stessi argomenti, d’accordo che il problema principale dei giovani cresciuti per strada è scampare al mondo della droga e della violenza, ma in un’ora e mezza di spettacolo forse si poteva proporre qualcosa di più differenziato e che tenesse alto e serrato il ritmo della serata. Nel finale però l’adrenalina sale alle stelle: i ragazzi liberi dallo stress dello show si esibiscono in acrobatiche figure, non solo sul palcoscenico, ma in giro per la platea e allora il pubblico si alza in piedi e si stringe intorno al palco tra fischi, grida di incitamento e applausi di sostegno.

Insomma, tirando le somme, straordinari i performer, straordinario Reggie Gray nelle vesti di ballerino (era in scena con i suoi ragazzi), ma scadente in quanto a regia e coreografia.

Manuela Barbato