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Voglio offrire ai ragazzi la possibilità di lavorare con la propria passione”. E’ una delle prime cose che, pieno di un entusiasmo contagioso, mi dice Fabrizio Coppo a proposito del suo nuovissimo progetto, che presenta in esclusiva a Campadidanza. Il ballerino è tornato da un anno a Caserta, la città dov’è nato e che ha lasciato a quattordici anni per calcare i palcoscenici di mezzo mondo. E’ proprio a Caserta che ci incontriamo. Lui è di ottimo umore, contento nonostante sia ormai piena estate e quest’anno non farà vacanze. Ma la causa è giusta: sta lavorando per l’apertura di OmniarteCaserta. “Non è una scuola di danza, ma un’associazione” puntualizza subito. Si inaugurerà a settembre in Via Sud Piazza d’Armi e sarà uno spazio multifunzionale finalizzato alla promozione di attività culturali, di formazione, eventi, progetti sociali e artistici di rilievo nazionale ed internazionale. Il primo di questi progetti che prenderà il via sarà Inside Out, volto alla formazione, al perfezionamento ed all’avviamento professionale della danza classica e contemporanea. Le audizioni si terranno il 3 settembre al Teatro Comunale di Caserta e sono rivolte a ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 16 anni e tra i 18 e i 23 anni. “L’intento dell’associazione è di diffondere tutte le arti, garantendo una formazione a tutto tondo tramite una serie di iniziative e laboratori, come di storia della danza e della musica, che avvieremo man mano”. In questa struttura sarà quindi possibile trovare tutto ciò che abbraccia il mondo dell’arte, della cultura e dello spettacolo dal vivo, mai perdendo di vista gli aspetti fondamentali della crescita psicofisica e artistica dei suoi iscritti. A tal fine un fisioterapista e due psicologi supporteranno i ragazzi. “Parto dall’individuo, rendendolo speciale con le sue caratteristiche, senza snaturalo” spiega Fabrizio. “Punto a tirare fuori il meglio dai ragazzi di oggi, che hanno bisogno di qualcuno che dica loro che possono farcela. Io non voglio insegnare ai giovani ad essere primi, ballare non è gareggiare, è esprimersi. I concorsi, che sono una bella vetrina e possono aprire delle porte, non vanno fatti pensando di primeggiare ma con l’idea di lasciare un segno” spiega. Quanto al carattere della struttura, puntualizza: “Sono aperto alle collaborazioni con le scuole del territorio. Chi decide di frequentare un corso da me non deve abbandonare la sua scuola di provenienza. Favorirò anche gli scambi tramite progetti Erasmus con altre scuole. La competizione negativa non porta a nulla, l’arte è condivisione. Desidero far capire agli allievi che insieme si fa meglio che da soli, ma anche trasmettere loro valori come l’onestà e l’umiltà”. Tra le attività si guarderanno video di balletti, per stimolare i giovani danzatori: “E’ fondamentale avere dei modelli. Ricordo che io guardavo i video di Massimo Murru, che mi erano di ispirazione. La scuola più grande è anche stare con gente migliore di te. Ed è per questo che inviterò colleghi incontrati lungo il mio percorso”. Uno degli obiettivi quello di costituire una Junior Company composta dagli allievi più meritevoli. “Inoltre – aggiunge Coppo –  voglio coinvolgere anche le persone di 40 o 50 anni, poiché la danza non deve riguardare solo i giovani. Anche io non ho mai smesso di ballare e ogni giorno imparo dinamiche nuove, che prima, quando facevo oltre 300 spettacoli l’anno, non riuscivo ad approfondire”.

Fabrizio, nel corso della nostra conversazione, ripercorre poi le tappe più significative del suo percorso, a partire dagli inizi: “A 9 anni avevo già provato tutti gli sport, ero un bambino iperattivo. Mia nonna un giorno mi portò al San Carlo, a vedere la Madame Butterfly. Capì subito cosa avrei voluto fare e cominciai a studiare a Caserta, con Irkin Sultanov, con una concentrazione e dedizione che sembrava studiassi in un’accademia”. Poco dopo in un’accademia ci è entrato davvero: prima supera le selezioni per l’accademia nazionale di Roma (“A 14 anni facevo tutti i giorni un’ora e mezza di metro, tornavo alle otto di sera”) e poi approda alla scuola di ballo della Scala, dove si diploma. “La Scala è l’unica realtà internazionale, è una grande possibilità perché a Milano sei al centro dell’Europa”. Tra i momenti che ricorda il lavoro con Zeffirelli (“Avevo 18 anni, mi notò, scegliendomi per il ruolo principale della sua Aida, con Roberto Bolle nel primo cast”) e le lezioni con Sylvie Guillem (“Faceva lezione con gli uomini, ma con le punte”). Il danzatore casertano rimane nella compagnia della Scala per due anni, fino a che si trasferisce a Valencia (“Dopo un’overdose di classico volevo approcciare la danza da un punto di vista diverso”).  Con il Ballet TGV Teatro Principale di Valencia è ballerino solista in “Coming together” di Nacho Duato e in “Sei Danze” di Jiri Kylian, mentre ha il ruolo principale negli spettacoli “Las sombras de un Valse” di Alicia Alonso e “Aman” di Patrick de Bana. In una di queste produzioni è notato da Manuel Legris, che lo vuole all’Opera di Vienna. Nel 2012, in una pausa tra una produzione e l’altra, Fabrizio si concede un viaggio a Buenos Aires. “Per non perdere l’allenamento chiesi di poter fare lezione al Teatro Colòn. La direttrice mi invitò a restare e dopo una settimana facevo parte della compagnia in pianta stabile. Sono stato l’unico italiano ad avere questa opportunità”. “Il Teatro Colòn è il più bello e imponente dove ho ballato” dice, ma non può dimenticare l’esperienza al Bolshoi. “Ho calcato due volte quel palco, a 17 e 18 anni. Ero in tour con la Scala, ballavo con Alice Firenze, oggi prima ballerina dell’Opera di Vienna. Quella in Russia è stata un’esperienza che mi ha cambiato dal punto di vista della disciplina, si respirava danza ovunque, anche nei corridoi”. Le emozioni più forti in scena le ha vissute al Royal Ballet e al teatro di corte della Reggia di Versailles. “Mi sono emozionato tanto anche per l’addio alle scene di Alessandra Ferri” aggiunge. “Avevo 19 anni e danzavo come solista. Accompagnare gli ultimi giorni della carriera di un’arista e contribuire a rendere speciale la sua notte è stato speciale. Il palco si riempì di fiori”. Con altrettanta intensità ha condiviso l’addio alle scene di Paloma Herrera, in Argentina. “Lei è stata molto dispiaciuta della mia decisione di andarmene. Ma dal 2012 al 2016 ho maturato questa scelta, quando ho conosciuto la coreografa. Non mi bastava più il linguaggio di qualcun altro, essere un esecutore, volevo dire la mia”. Oltre alla coreografia, Coppo ama l’insegnamento. “Sono diventato l’insegnante che avrei voluto essere” afferma. “In Spagna un maestro mi disse che non avrei mai ballato. L’anno dopo ero primo ballerino all’Opera di Vienna. Ho trovato la forza nell’arte. Ma credo anche che vada avanti chi ha fame, e non a caso i migliori ballerini sono meridionali. Bisogna essere animati dalla voglia di sperimentarsi, di mettersi in discussione. Così come è necessaria la capacità di cadere e rialzarsi”.  Come ha fatto lui, che non è stato fermato da chi è stato poco incoraggiante. Ma ci sono stati anche maestri fondamentali, come Annamaria Prina. “Ho fatto parte dell’ultima classe che si è diplomata con lei. La considero una maestra di vita. Da lei ho imparato la flessibilità nella vita, l’inclinazione al cambiamento. E’ un’ambasciatrice della cultura, è andata anche ad Amici con signorilità, classe e competenza”. Un pensiero va anche a Maximiliano Guerra (“eccellente maestro con cui ho lavorato a Buenos Aires”). “Ma io mio vero cambiamento – conclude –  lo devo Jean-Guillaume Bart, che mi ha aperto gli occhi su tante cose, mi ha rivelato segreti sulla tecnica e mi ha insegnato che ci si può piegare ma non spezzare”.

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