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Sessanta anni di assenza dalle scene del Teatro San Carlo. Un bel record.

L’ultima rappresentazione dell’opera lirica “Evgenij Onegin” risale appunto al 1954 con la coreografia di Bianca Gallizia. Negli anni più recenti il balletto è stato rappresentato due volte sulla musica di Ciajkovskij ma diversa da quella dell’opera, protagonisti: Alessandra Ferri/Patrizia Manieri e Rex Harrington, nel 1995; Giovanna Spalice/ElenaTentschikowa e Giuseppe Picone nel 2007, entrambe le versioni con la coreografia di John Cranko.

Balletto narrativo molto amato dai più grandi danzatori (tra cui Roberto Bolle e Giuseppe Picone) per la crescita emotiva che il ruolo prevede al di là dell’impegno tecnico, “Onegin” rappresenta uno spaccato della vita russa. Poema in versi di Aleksandr Puškin, semplice in apparenza ma ricco di movimenti e di intrecci sotterranei nella realtà, “Onegin”, come ogni grande opera d’arte, si proietta in diverse direzioni. Varie sono le componenti di questo poema-romanzo: la società in cui Onegin e Tatiana agiscono, il paesaggio visto nell’avvicendarsi delle stagioni (in particolare l’inverno) e le trasformazioni che queste imprimono alle cose e agli uomini; i personaggi, con i loro sentimenti, le loro idee e i riflessidell’educazione ricevuta:con il loro istinto o coscienza della generazione di appartenenza, particolarmente evidente nel rapporto tra Tatiana e Onegin.

La protagonista, infatti, pur essendo più giovane, riflette le idee e i sentimenti della generazione precedente, mentre Evgenij è più moderno, contemporaneo alla sua società. Uno dei punti fondamentali per capire la storia è la dinamicità dei personaggi, nessuno dei due è uguale dall’inizio alla fine dell’opera. Evgenij e Tatiana vanno seguiti proprio nel fluire della loro vita, delle loro esperienze, sconfitte e mutazioni.

La coreografia di Diana Theocharidis, nell’allestimento in scena al Teatro San Carlo- in coproduzione con ABAO-OLBE, Teatr Wielki di Poznan e Opera Krakowska- poco incisiva e aderente all’atmosfera nel secondo atto, si è rivelata decisamente fuori luogo nel terzo atto.

La scelta registica di Michal Znaniecki di creare una metafora tra l’acqua- elemento mutevole per antonomasia- e il disgelo che man mano vive Onegin nei confronti delle sue emozioni, non hanno reso la vita facile al Corpo di ballo del Teatro San Carlo, diretto da Alessandra Panzavolta,  impegnato a districarsi tra pozzanghere, schizzi, vestiti bagnati, in difficili quanto scomode evoluzioni in un palcoscenico completamente allagato.

La musica di Ciajkovskij -diretta da John Axelrod- sempre così avvolgente, evocativa, d’atmosfera, avrebbe certamente suggerito un movimento scenico più articolato, fluido, delicato o incisivo, per sottolineare una delle più contorte e belle storie d’amore della letteratura mondiale.

Tatiana- la donna che in nome del dovere rinuncia all’amore- è la carta che Evgenij gioca per sopravvivere come uomo, per dimenticare la malattia spirituale che lo divora inesorabilmente.

Nessuno dei due sarà mai più felice.

Elisabetta Testa