a cura di: Alessandro Martinello, Claudia Fabris, Luca Scapellato con: Giorgia Poletto, Luca Fellin, Rachele Casato, Raffaella Rivi
a cura di: Alessandro Martinello, Claudia Fabris, Luca Scapellato
con: Giorgia Poletto, Luca Fellin, Rachele Casato, Raffaella Rivi
Fotogramma estratto dal lavoro del workshop di cinema documentario “Filmare la città – Seconda Edizione”

 

a cura di: Alessandro Martinello, Claudia Fabris, Luca Scapellato con: Giorgia Poletto, Luca Fellin, Rachele Casato, Raffaella Rivi
a cura di: Alessandro Martinello, Claudia Fabris, Luca Scapellato
con: Giorgia Poletto, Luca Fellin, Rachele Casato, Raffaella Rivi
Fotogramma estratto dal lavoro del workshop di cinema documentario “Filmare la città – Seconda Edizione”

 

concezione: Giuseppe Chico e Barbara Matijevic interpretazione: Barbara Matijevic collaborazione artistica: Sasa Bozic video: Giuseppe Chico patch max: Niccolo Gallio produzione: Kaaitheater/Bruxelles co-produzione: UOVO (Milano)
concezione: Giuseppe Chico e Barbara Matijevic
interpretazione: Barbara Matijevic
collaborazione artistica: Sasa Bozic
video: Giuseppe Chico
patch max: Niccolo Gallio
produzione: Kaaitheater/Bruxelles
co-produzione: UOVO (Milano)
Fotogramma estratto dal lavoro del workshop di cinema documentario “Filmare la città – Seconda Edizione”

 

di e con: Flavia Bussolotto creazioni digitali dal vivo: Alessandro Martinello musiche: Michele Sambin produzione: Tam Teatromusica
di e con: Flavia Bussolotto
creazioni digitali dal vivo: Alessandro Martinello
musiche: Michele Sambin
produzione: Tam Teatromusica
Fotogramma estratto dal lavoro del workshop di cinema documentario “Filmare la città – Seconda Edizione”

Con “Summer Games Party”, serata che ha visto interagire il pubblico con il videogioco e con performance audiovisive, si è concluso sabato 28 giugno a Padova in Piazza Mazzini il progetto del Tam Teatromusica “ENTER intersezioni di uomini e tecnologie”. Un mese e mezzo di performance, laboratori e “inserimenti urbani” (17 maggio-28 giugno) che indagano le relazioni raggiunte, possibili, futuribili tra l’essere umano, nella sua accezione universale, biologica, spirituale, civica e di corpo creativamente espressivo (attore, danzatore, performer) e le sue più recenti creature: le tecnologie.

“Nella logica matematica, l’Intersezione di due insiemi crea un terzo insieme formato dagli elementi tra loro in comune. A differenza dell’Unione, alcuni elementi degli insiemi iniziali restano separati. Nel progetto ENTER intersezioni di uomini e tecnologie ci interessano in primo luogo gli uomini, in secondo luogo le tecnologie da essi create, in terzo luogo i punti di incontro e separazione che tra questi si creano.”

Un mese e mezzo di performance e un bel po’ di mesi di preparazione, come per il Laboratorio condiviso sulla condizione umana e tecnologica “Dear Audience” di Alessandro Martinello, Claudia Fabris e Luca Scapellato, andato in scena con lo spettacolo “Opera Privata/Pubblica”domenica 15 giugno. Il workshop in particolare si è concentrato sullo studio e la messa in forma di uno spettacolo “aperto” all’interno del quale il pubblico fosse chiamato a dialogare in scena tanto quanto i performer con dispositivi tecnologici (videoproiezioni, webcam, videocamere, elaborazioni sonore) attraversando i concetti di identità fisica, personale, sociale.
A rendere ancora più interessante l’intersezione ha contribuito il workshop di cinema documentario “Filmare la città – Seconda Edizione”, a cura delle associazioni Nuvole in Viaggio e Nova Skola, che ha raccontato gli ultimi giorni di lavoro dei ragazzi e alcuni degli spettacoli di ENTER. 

A progetto terminato, raggiungiamo al telefono Alessandro Martinello, direttore artistico di ENTER e dal 2007 attore performer e autore di numerose produzioni artistiche all’interno della compagnia del Tam Teatromusica, tra le quali ricordiamo “IAI” (2010), nonché di attività e laboratori esterni alla realtà padovana come “Dear Audience”, realizzato a Napoli nell’aprile 2013; e Claudia Fabris, performer per ENTER e docente per “Dear Audience”, attrice, performer, costumista e fotografa del Tam dal 1999, autrice di progetti teatrali altamente innovativi legati al Tam, come La Bambola (2005), La cameriera di poesia (2011), ma anche fuori del contesto strettamente padovano, come L’Operappartamento, realizzata nel giugno 2013 a Napoli con Serena Gatti e Antonino Talamo grazie alla residenza ottenuta l’anno precedente all’Altofest, per chiacchierare un po’ di tutta l’esperienza.

Come nasce ENTER?
A e C: “ENTER” è un progetto che nasce da un laboratorio, già intitolato “Dear Audience”, che abbiamo tenuto con il nostro collega musicista Luca Scapellato a Napoli nell’aprile 2013, incentrato sul rapporto tra tecnologia e teatro. L’idea del laboratorio è di Alessandro, particolarmente sensibile al tema e sul quale avevamo già lavorato tutti e tre assieme qualche anno fa nel suo spettacolo “IAI” al Tam. Ad ogni modo “Dear Audience” è stato a Napoli un’esperienza molto interessante non solo per le dinamiche interattive che ha prodotto con il pubblico ma soprattutto per quello che si è creato all’interno del nostro lavoro, avendo in quella occasione lavorato noi come performer assieme ai partecipanti.
A: Da quell’esperienza lì è maturata l’idea di sviluppare un progetto a Padova diverso e più ampio, urbano, dove il centro fossero gli uomini e le relazioni che intrattengono e creano tra loro e con le tecnologie (tutte, dalla fotografia ai social network, ai videogames). Con l’aiuto del bando “Culturalmente” della Fondazione Cariparo, il laboratorio “Dear Audience” è diventato la cornice di ENTER e ho quindi deciso di coinvolgere nel progetto Claudia, come attrice e performer, e Luca, come musicista e sound designer.

Parliamo un po’ del lavoro all’interno del progetto…
A: Il progetto si è costituito più che come un festival, come una vera e propria indagine partecipata assieme al pubblico sul tema dell’intersezione. Difatti gli eventi di apertura e chiusura di ENTER sono stati due eventi in piazza, il primo dedicato al sapere libero e alle open sources come Wikipedia attraverso video-testimonianze e una video-installazione di pittura; il secondo più giocoso tra videogames del passato, attualità e giochi innovativi e sperimentali frutto della creatività di alcuni sound designer coinvolti all’evento. Gli spettacoli interni al progetto (tra i quali “Talita Kum”, di Riserva Canini, “Natura Morta” di Quiet Ensemble, “Peep Show” di Diego Roveroni, e altri ancora) sono stati scelti lungo il fil rouge del rapporto tra uomo/identità e tecnologia attraverso la danza, il teatro, la musica, internet, coinvolgendo realtà italiane e non, tutte caratterizzate da un respiro internazionale, come è la rete dello stesso Tam. Alle realtà padovane sono stati dedicati invece gli “Inserimenti Urbani”, ossìa azioni performative in alcuni spazi della città finalizzate a coinvolgere attivamente il pubblico come performer, ad esempio, quelle di Spazio Clang, “Chordas/Clothes Lines” e “Ghost Quartet” incentrate sul suono e la musica, “Piazza Automatica”, “La cameriera di poesia”…
C: Insomma il progetto ha unito un bel po’ di spettacoli interessanti, penso a “Forecasting” di Barbara Matijevic e Giuseppe Chico, dove il performer diventa esattamente le azioni descritte dai video estratti da Youtube, in un tutt’uno con il computer; oppure a “Ho un punto fra le mani”, di Flavia Bussolotto del Tam, spettacolo di pittura digitale in scena per adulti e bambini, ispirato a Kandinskji.

Veniamo al laboratorio “Dear Audience”.
A: Il laboratorio è stato condotto con un bando di partecipazione aperto a tutti, senza limitazioni di età o di preparazione. A febbraio quando abbiamo cominciato il lavoro c’erano molti partecipanti, poi via via che il laboratorio è proseguito il nucleo si è ristretto, cosa che in verità ci ha permesso di lavorare più a fondo sulla ricerca e le sperimentazioni. Ciascun ragazzo veniva da ambiti professionali affini o molto diversi, nessuno dei ragazzi era professionista, tuttavia ciascuno ha avuto modo di portare nel laboratorio le proprie conoscenze e di acquisirne delle nuove. È stato un vero e proprio scambio. Anche per noi docenti è funzionato così, essendo io più versato sugli aspetti video-interattivi del performer, Claudia sugli aspetti formali e attoriali della performance, Luca sul suono. Come l’intero progetto, si è confermato un lavoro di ricerca e sperimentazione, sino alla serata di conclusione del laboratorio il 15 giugno.
C: Con i ragazzi, tutti amatori in campo teatrale, c’è stata una bella esplorazione. È stato difficile e molto diverso dal lavoro che conduciamo solitamente. Il laboratorio in questo senso è stato d’insegnamento anche per noi, confrontare le nostre tecniche di dialogo con le tecnologie e trasmetterle ai ragazzi partecipanti ha fatto sì che ci sia stata una crescita personale di ciascuno. Per me lo spettacolo di domenica 15 giugno è stata una specie di dimostrazione del lavoro, ma la parte più interessante è stato tutto quello che è venuto prima, nei mesi di preparazione, un lavoro di ricerca sul corpo, sulla voce e su un possibile dialogo con gli strumenti della tecnologia.

Due parole sulle tecnologie. E l’attore? Che fine fa?
A: Le tecnologie, le macchine sono fenomenali, ma pur nella loro struttura di controllo, hanno un enorme fattore di imprevedibilità sulle azioni rispetto all’uomo. L’intersezione sulla quale abbiamo lavorato e agito nel corso di tutto ENTER voleva mettere in risalto il concetto di controllo, che per me è fondamentale, tra uomo e macchina. Secondo quella che poi è una filosofia condivisa all’interno del Tam, la macchina, l’elemento tecnologico non è considerato un mero strumento, quanto piuttosto parte integrante del processo creativo e il dialogo che ne scaturisce viene portato in scena drammaturgicamente lungo il filo sottile del controllo e del gioco con la casualità della macchina.
C: La tecnologia, per me, è qualcosa di interessante e prezioso che serve per trovare nuove chiavi poetiche all’espressione. In questo senso secondo me solo oggi, finalmente, l’arte interattiva sta diventando davvero molto interessante. Il rischio è sempre quello di perdersi un po’ in un giochino fine a se stesso. Pensiamo al “caso”, come diceva Alessandro, quanto spesso è utilizzato in questo tipo di performance. Il caso è un elemento molto interessante, perché mi riconduce immediatamente alla vita reale, di tutti i giorni. Portarlo in scena quindi è una ricchezza, ma come tutte le cose va usato con parsimonia e con una certa sorta di rigore. Faccio qualche esempio. La terza parte del laboratorio di Dear Audience è consistita in un lavoro di campionatura di suoni abbinati ai movimenti e allo spazio d’azione dei performer, un lavoro complicatissimo, che ci è venuto da una recente performance che Luca aveva realizzato con una danzatrice. Lì la possibilità di dare luogo a reazioni legate ad azioni casuali era praticamente enorme, il nostro lavoro è stato proprio quello, partendo dall’improvvisazione, di scrivere una partitura, che puntasse a una consapevolezza degli spazi e del proprio corpo, statico e in movimento. Credo che un lavoro come quello necessiti ancora di molto studio per arrivare al pubblico in maniera forte ed emotivamente efficace. Il secondo studio è stato invece da subito molto più d’impatto, didatticamente e creativamente. Ci ha permesso subito di tornare, attraverso le tecnologie, ai corpi, agli uomini, all’emozione. Lì c’è stata una vera elaborazione poetica. Dal mio punto di vista è questo il problema e la bellezza delle tecnologie: richiedono tantissimo corpo e uno studio solido su di esso, altrimenti il corpo stesso si sbriciola, ti perdi nei meccanismi e il performer scompare. Un’altra cosa fondamentale nel lavoro con le tecnologie, e di cui spesso vedo la mancanza, è lo sviluppo drammaturgico. In questo senso il laboratorio con i ragazzi ci ha portato a riflettere molto sui risultati ottenuti in scena dagli esperimenti di intersezione e ad individuare gli elementi più espressivi e più narrativi distinguendoli e privilegiandoli rispetto a quelli belli ma puramente d’effetto, verso un’interazione con possibili fili drammaturgici ed emotivi.

Durante ENTER e soprattutto “Dear Audience” c’è stata una ulteriore intersezione: quella con il workshop di cinema documentario che raccontava il vostro lavoro dietro le quinte e in scena…
A: Personalmente ho vissuto molto bene l’intersezione con il laboratorio di cinema. Anche i ragazzi sono stati molto contenti. Era un altro dispositivo in campo cui fare riferimento. Ma soprattutto è stato molto interessante osservare il gioco di specchi che si è creato in certi momenti di prova dove il performer dialogava con la partitura e con la tecnologia, la troupe di cinema lo seguiva a pochi passi fedelmente e noi su un piano ancora più esterno osservavamo lo spettacolo e lo registravamo con una camerina di servizio. Assolutamente geniale.
C: È stato sorprendente. L’intersezione con i ragazzi di cinema è stata molto meno distraente di quanto avessi previsto. Anzi. Fisicamente la troupe è stata molto invadente: durante le prove in scena seguiva i performer a pochi centimetri di distanza… Poi qualche volta ci hanno chiesto di ripetere alcune parti , ma il risultato è stato tutt’altro che deconcentrante, né falso, sia per me sia per i ragazzi del laboratorio. Didatticamente anzi è servito ai ragazzi impegnati nelle performance a sentirsi come già in scena con un pubblico; questo li ha fatti lavorare con molta più concentrazione e intensità. Sicuramente un esperimento di collaborazione e intersezione da ripetere.

Una prossima edizione di ENTER/”Dear Audience”?
A: “Dear Audience”, e di conseguenza anche ENTER, sono progetti che nascono come work in progress, dunque al momento non riusciamo a prevedere con chiarezza quali saranno le loro evoluzioni. Se “Dear Audience” diventerà uno spettacolo, come mi piacerebbe che sia, lo studio maggiore sarà sulla forma che lo spettacolo stesso dovrà avere per mantenere salda l’impronta di ricerca e di profonda relazione tra pubblico, performer e tecnologie che il progetto intrattiene.
C: Intanto “Dear Audience” credo proseguirà il viaggio nelle città italiane. Purtroppo il progetto arriva in un momento di riorganizzazione del TAM e il fatto di aver scelto una dislocazione urbana degli eventi, per quanto vicini al Teatro delle Maddalene, la nostra sede, ha un po’ spiazzato il pubblico che non è riuscito a seguirci in maniera costante e compatta. Questo è un aspetto che ci ha un po’ sorpresi. Ciò non toglie che il progetto sia stato comunque importante per gli spettacoli e gli artisti che ha riunito, per lo studio che è stato fatto nel corso del laboratorio, per le performance ripetute nel tempo. Anche personalmente, “La cameriera di poesia” è riuscita ad attirare l’attenzione di numerosi passanti di tutte le età e a coinvolgerli nel corso di tre giorni di performance, decisamente un buon risultato.

Alessandro. Tra video e performance dove metteresti la danza?
Il linguaggio del corpo e il linguaggio visivo sono la mia via prediletta di espressione. E credo che questo tipo di espressione artistica si avvicini molto e spesso a quella della danza. Non riesco a concepire un attore performer senza avere tra i suoi punti di riferimento e formazione anche la danza. D’altra parte l’interazione di corpi in scena, lo sviluppo del movimento e della relazione è per me, una forma di danza e, non a caso, il nostro laboratorio “Dear Audience” nasce ispirandosi alle performance di John Cage.

Claudia. Teatro, canto, performance, poesia… e la danza che ti accompagna da un po’ di anni…
La danza è per me una delle poche cose che danno senso e felicità alla vita. Ecco, per me sono la danza e il canto. È come se lì il cervello si spegnesse per sintonizzarsi altrove, raggiungendo credo una dimensione spirituale, di divinità. La danza è l’unica che me lo permette. Perché è così intimamente legata con il corpo, come la voce per il canto. Anche quando scrivo i miei pensieri, le mie poesie, per cercare l’espressione, il sentimento esatto che voglio comunicare, le parole giuste arrivano solo se le faccio suonare e risuonare in bocca. Se insegnassero musica e danza ai bambini sin dalle scuole materne credo avremmo un mondo molto diverso, meno disgiunto e più aperto alle emozioni. Perché un corpo non si può dividere come invece fa la mente. Negli ultimi anni mi ha affascinato molto il mondo del canto e della voce, e di come questo da vita e spessore alla parola messa in scena, mentre ho lasciato un po’ da parte la danza. Ma sento il bisogno di recuperarla e credo tornerò presto a studiare, lavorare e creare con il corpo nella sua interezza.

link
http://tamteatromusica.it/rassegna/enter-intersezioni-di-uomini-e-tecnologie
http://nuvoleinviaggio.net/filmare-la-citta-2a-edizione/