Daniele Cipriani foto di Alessio Buccafusca
Daniele Cipriani foto di Alessio Buccafusca

Non sta fermo un attimo. Intraprendente, coraggioso, lungimirante, da molti anni si dà da fare per diffondere l’arte della danza, e non solo. Eppure è giovanissimo. Daniele Cipriani, da quattro anni direttore artistico del Premio Positano, ha una marcia in più. Con un curriculum che sembra un libro, il sorriso sempre pronto e la calma di chi sa perfettamente come gestire il proprio lavoro, conquista per la passione che mette in ogni suo prodotto. A capo della società Daniele Cipriani Entertainment, che si occupa della produzione, organizzazione e promozione di eventi di spettacolo con la specializzazione nel settore danza, ha ottenuto un gran numero di premi e riconoscimenti di enorme prestigio.

Vuole raccontarmi la sua storia dall’inizio?

Sono nato a Roma, in una famiglia semplice, ultimo di quattro fratelli, mamma casalinga, papà operaio. Mia sorella studiava danza e grazie a lei ebbi un’illuminazione. Vivevo in provincia e cominciai il mio percorso andando avanti da solo. Il mio maestro mi parlò dell’Accademia Nazionale di Danza dove decisi di fare l’audizione. Entrai al secondo corso, l’anno dopo ero già convinto di non voler fare il ballerino, attratto più dall’aspetto organizzativo degli spettacoli.

Gli otto anni di studio, e il conseguente diploma, mi sono serviti per capire il mio corpo, ho ballato poco (al di là dei saggi annuali) e non ho mai fatto audizioni in giro ma seguivo il Prof. Alberto Testa in qualità di assistente.

Quali sono state le difficoltà?

Fare il mestiere di produttore in Italia è un percorso pieno di ostacoli. Lavoro con passione perché credo fino in fondo al mio ruolo, le difficoltà fanno parte del gioco. Lo studio di materie quali la teoria e la storia della danza mi hanno dato una profonda conoscenza che aiuta poi a capire la qualità. Esperienza che ho approfondito in seguito collaborando con grandi artisti e compagnie internazionali.

Che cosa ha rappresentato nel suo percorso l’incontro con il Prof. Alberto Testa?

Da piccolo avevo una profonda ammirazione per lui, sono una spugna e ho preso tutto quello che poteva darmi a cominciare da come strutturare la scaletta di uno spettacolo, con esperienze come il Premio Positano e la Maratona di Spoleto. Il prof. Testa ha una memoria storica, non esiste un altro come lui, è unico. Oggi viviamo in un’epoca diversa. Nell’ambito dell’ultima edizione del Premio Positano, fondato nel 1969, abbiamo creato una mostra che ripercorreva tutte le tappe del premio attraverso le pagine del suo diario. Quarantadue edizioni sono tante, la memoria storica del Prof. Testa va salvaguardata, è giusto che rimanga al di là di tutti noi. Nel cambio di direzione artistica era logico che diventasse il presidente onorario del Premio Positano.

Che cosa è cambiato secondo lei nel mondo della danza?

Per l’età che ho. non ho potuto vivere l’epoca dei miti irraggiungibili quali Rudolf Nureyev, Margot Fonteyn, Carla Fracci, Vladimir Vassiliev, Ekaterina Maximova, Maurice Béjart, Mikhail Baryshnikov . Lavoro con grandi artisti – uno fra tutti Eleonora Abbagnato – ma quel divismo non esiste più. Viviamo un periodo storico un po’ sfortunato. Penso all’avventura esaltante dei Balletti Russi di Djaghilev, quelli erano gli anni che avrei voluto vivere.

C’è un momento particolarmente significativo nel suo percorso artistico?

Ce ne sono diversi. Avevo diciannove anni quando ho conosciuto Susanne Linke che mi dette fiducia facendomi promuovere un suo spettacolo e lo stesso successe con Carolyn Carlson che nel 2001 mi scrisse una dedica “diventerai un grande impresario” e nel 2014 mi riscrisse la dedica “sei un grande impresario”. L’evento che ricordo con particolare emozione è la serata con le donne di Martha Graham e gli uomini di José Limon, dal titolo L’uomo e la donna della modern dance, in scena a Ravello nel 2008, la prima volta che ne fui direttore artistico. Un’altra serata magica a Taormina, in omaggio a Leonard Bernstein, siglò la mia prima collaborazione con gli artisti del New York City Ballet; unico nel suo genere Positano Mith Festival, sull’isola de Li Galli, in assoluto nel mio cuore.

E’ ambizioso?

Ho degli obiettivi ben precisi. E’ normale che ci sia ambizione quando si ha voglia di crescere, l’importante è andare avanti nel pieno rispetto delle regole della vita.

Che cosa la colpisce in un danzatore?

L’aspetto artistico più di quello tecnico. Amo profondamente Eleonora Abbagnato, è una grande interprete.

Che differenza c’è tra la danza in Italia e all’estero?

Le compagnie internazionali fanno circa centocinquanta, centottanta spettacoli all’anno, quelle italiane circa quaranta. Qualora ci fosse un talento bisognerebbe dargli la possibilità di andare in scena, è normale che chi balla di più acquista una maggiore sicurezza. L’Italia è piena di talenti ma se ne vanno via e io non condanno chi resta, sono stato il primo a farlo, ma chi rimane nel nostro paese ha un prezzo da pagare. Letizia Giuliani, per esempio, è una ballerina straordinaria, diciamo che a parità di lavoro gli italiani non sarebbero secondi agli stranieri.

Che cosa la emoziona di più?

Uno spettacolo di qualità. La dama delle camelie visto recentemente a Parigi o lo spettacolo di Nacho Duato a Tivoli o il NYCB in Stelle e Strisce di Balanchine, la perfezione assoluta.

Quanto conta la cultura nella danza?

In generale conta nella vita di tutti i giorni, si affronta la vita in maniera diversa. Chi ha cultura ha un altro tipo di ambizione, che è sinonimo di esperienza e con più esperienza si riesce a realizzare eventi migliori. Avevo solo ventidue anni quando organizzai a Pompei uno stage con Suki Schorer direttrice della School of American Ballet di New York, e questo mi ha aperto un mondo. Mi ha spinto ad andare sempre più in alto a livello qualitativo.

Che cosa le piace e che cosa invece non sopporta del mondo della danza?

Mi piace la fase di organizzazione di un evento, preferisco il ‘prima’ al ‘durante’. Il Premio Positano per esempio è una macchina enorme che somma circa quaranta ospiti tra artisti, giuria, addetti ai lavori. Star dietro a tutto ciò crea un gran fermento, una vera e propria fibrillazione. Non sopporto l’ambizione dei personaggi senza cultura.

Che effetto le fa pensare a Djaghilev, storico impresario dei Balletti Russi?

Ho una sua foto nel mio ufficio! Sarebbe fantastico ricreare quel periodo storico unico in cui collaboravano i più grandi artisti del mondo: Picasso, Massine, Chanel, Ravel, Mirò, Balanchine, Nijinski ma oggi c’è un altro Picasso o un altro Nijinski?

Dove vuole arrivare Daniele Cipriani?

Penso di aver fatto molto poco. Ho iniziato giovanissimo e ho paura di non riuscire a mantenere il target con cui ho cominciato. Il mio obiettivo è diventare sempre più internazionale, collaborare con enti perché non mi interessano solo le produzioni private. Il mio lavoro è bello ma sono sempre in lotta col denaro. Voglio andare avanti e non fermarmi.

Tre aggettivi che la descrivono?

Paziente, corretto, terribile. Mi domando come facciano a sopportarmi.

Che cos’è la danza per lei?

A volte gioia, stress, remissione, guadagno, a volte odio.

Elisabetta Testa