Dopo Merce Cunningham che alla sua morte avvenuta nel 2009 ha deciso che  le sue coreografie non fossero più rappresentate neanche dalla sua compagnia, è di pochi giorni fa la notizia che Mats Ek, oggi settantenne, ritira in vita dai palcoscenici del mondo tutte le sue coreografie.

Perchè?

Se la scelta di Merce Cunningham non lascia stupiti, poiché è la diretta conseguenza del suo pensiero filosofico e coreografico, la scelta di Mats Ek ha destato sbigottimento, incredulità, dispiacere tra il pubblico, i suoi estimatori, i tanti danzatori e coreografi che sono stati ispirati dal suo talento,dalla sua visione della danza, tanto che è iniziata in rete anche una raccolta di firme per dissuaderlo.

Ma è giusto?

Forse per Mats Ek il desiderio di libertà, di leggerezza, mal si concilia con il “peso” della sua opera coreografica, “master piece” della coreografia contemporanea e non, che viene rappresentata migliaia e migliaia di volte in tutto il mondo, da compagnie diverse, danzatori diversi, in luoghi diversi, in tempi diversi da quelli che hanno ispirato la sua visione coreografica. La decisione di Mats Ek apre quindi una serie di interrogativi insoluti, dalla conservazione dell’arte alla sua rielaborazione, dal deupaperamento alla natura di un opera ed al suo snaturarsi con il tempo. Occhi diversi vedono cose diverse. La Gioconda che noi oggi vediamo è quella Gioconda? Forse no, non è la stessa.

Dei motivi che hanno spinto Mats Ek a ritirare le sue opere sappiamo quello che ha dichiarato :«J’ai besoin d’être libre, d’avoir un agenda vide, de ne pas savoir ce qui va m’arriver demain, mais ça ne va pas m’empêcher de continuer à rêver. » Motivi personali, apparentemente, oppure legati alla necessità’ di sapere che le sue opere, non più visibili, saranno così conservate nella memoria di quanti le hanno viste e non sbiadiranno sempre di più usurate dalle infinite repliche.

Delle coreografie della tragedia greca nulla di certo è rimasto, ed è forse a questo che si deve la loro immortalita’. Non è stato possibile riprodurle, rielaborarle, modificarle, interpretarle, poiché vivono esclusivamente nella memoria storica della cultura occidentale. O forse ha voluto impedire che la sua Giselle ,una volta divenuta “classica” grazie allo scorrere del tempo, fosse rielaborata dai posteri, proprio come lui ha fatto con la Giselle di Coralli – Perrot……Supposizioni.

Della possibilità di preservare e replicare una arte così vulnerabile come la danza, si potrebbero scrivere libri e non fermarsi più, e la scelta di Mats Ek non può che porci interrogativi importanti.

L’opera d’arte che riesce ad attraversare le sfide del tempo, rimane sempre la stessa? La Nike di Samotracia, quella che noi oggi possiamo ancora ammirare, è quella che hanno visto i nostri antenati? Forse no. E questo indipendentemente dai restauri a cui è stata sottoposta. Perchè il motivo per cui è stata scolpita, il luogo, l’atmosfera, gli occhi che la guardano non sono più gli stessi, le sensazioni che noi percepiamo oggi sono diverse da quelle di ieri. Anche le arti immobili subiscono o si arricchiscono di mutazioni radicali in base al tempo ed al luogo, figuriamoci la danza…… Eppure la nostra cultura è la nostra identità, irrinunciabile. La scelta di Mats Ek ci è sembrata una scelta di libertà, di sgombrare il campo, di avere davanti ai propri occhi un orizzonte aperto.

A volte il mondo dell’arte, e le politiche culturali, sembrano più impegnate alla conservazione delle opere d’arte che alla produzione artistica. E certo in un paese come l’Italia il problema della conservazione dei bei architettonici, museali, della tradizione concertistica ed operistica , è fondamentale.

Una domanda: perchè siamo tanto preoccupati per l’arte per scompare e non altrettanto per l’arte che non verrà proprio creata, per quell’identità negata dalle condizioni in cui oggi operano gli artisti ed i giovani artisti?

La questione è aperta.

Gabriella Stazio