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    Con grande cordoglio salutiamo Lucia Latour: the dancer on the roofs

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    La conobbi così. Era l’aprile 2007, ero una semplice studentessa in cerca di ispirazioni all’Università. Lei insegnava “Coreografia come conoscenza dello spazio” (L-ART/04) alla Facoltà di Scienze Umanistiche della Sapienza Università di Roma.

    Aveva i capelli ricci di un rosso scuro che andava nel porpora, le arrivavano sotto le orecchie, e gli occhi intensi che scrutavano con curiosità e cercavano di leggere i volti e i corpi delle persone che la circondavano.

    Non si comportava come i docenti di danza e coreografia che avevo incontrato fino a quel momento nel mio percorso di danzatrice, non parlava come loro. Non ci diceva cosa fare ma ci esortava a cambiare il nostro modo di pensare alla danza, alla coreografia, al senso del movimento e di un gesto nel mondo.

    Lei che era stata allieva di Boris Kniaseff, Mila Cirul, Kurt Joss; e che dopo essersi diplomata all’Accademia Nazionale di Danza, aveva conseguito una laurea in Architettura.

    Contribuì nel 1972 a costituire il Gruppo ALTRO, formato da pittori, musicisti, danzatori, architetti, grafici, fotografi, che a partire dal lavoro collettivo svilupparono una metodologia da loro definita “intercodice”, realizzando da questa ipotesi mostre, esperimenti didattici, spettacoli teatrali. 

    Lei che è stata una pioniera in Italia, autrice di una rivoluzione culturale che ha lasciato tracce potenti nei corpi e nell’immaginario del fare coreografico, lei che riconosceva nello spazio teatrale un luogo per verificare un’operazione intercodice data dalla convergenza di algoritmi estetici di natura eterogenea.

    Lei che ci esortava durante le lezioni ad usare un nuovo vocabolario basato sul rapporto interdisciplinare proposto dalle potenzialità che emergevano da quella ricerca complessa, intercodice, del fare creativo coreografico. Fu molto generosa, condivise con noi materiali e conoscenze senza riserve.

    Dopo il suo esame continuai ad andare alla ricerca di quella danza che fosse vicina alla mia conoscenza dello spazio e non a quella di altri.

    Lucia Latour ha creato i primi lavori di coreografia digitale in Italia sviluppando <<inedite “modellazioni” tra la materia vivente e quella non vivente, nella direzione specifica della teoria dell’emergenza, applicata ai processi della nuova robotica e nella vita artificale>>*,  che ancora oggi affascinano e spingono i giovani studiosi di arti performative a condurvi indagini.

    Qualche anno più tardi, nel 2010, di ritorno in Italia da un viaggio di ricerca in Europa,  la correlatrice della mia tesi di laurea magistrale, la Prof.ssa Mariateresa Pizza mi parlò nuovamente di lei. Mi  disse che stava frequentando questo gruppo di ricerca da lei diretto: il gruppo ALTROEQUIPE LABMUTATION 2010. E mi chiese se mi andava di partecipare a qualche riunione.

    Eravamo lì riuniti, in questo appartamento all’ultimo piano di un palazzo antico a Largo Argentina a Roma. C’era l’architetto il Prof. Orazio Carpenzano che con lei collaborava e ampliava le lezioni di nuova robotica con la sua speciale  lettura dei testi in Live Interaction volta ad estendere ed approfondire le modalità di ricerca del gurppo. Affrontavamo lo studio di materiali complessi per procedere nell’indagine di ciò che lei chiamava: sistema cognitivo arte in scienza… 

    E c’era quella vista sui tetti di Roma, lei amava ricordare che Kurt Joss la definiva “Lucia Latour: the dancer on the roofs”. 

    Ci ha lasciato sabato pomeriggio, e oggi con grande cordoglio la salutiamo, augurandoci che continuerà a danzare sui tetti coreografici del nostro mondo.

    Ai familiari, agli amici e ai suoi tanti allievi porgiamo le nostre sentite condoglianze.

    Letizia Gioia Monda

    *Lucia Latour, Arte in corpo stereoplastico, in Maria D’Ambrosio (a cura di), Media corpi saperi: per un’estetica della formazione, Milano, FrancoAngeli, 2006, pp. 184-193