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Che la danza nel nostro Paese sia considerata la Cenerentola delle arti non è una novità. E se nelle grandi città trova sempre meno spazio e perfino le compagnie più longeve fanno fatica a contrastare la crisi economica ed il semi-abbandono delle istituzioni, il tutto si complica nelle piccole città di provincia. Ma c’è chi resiste, chi reagisce alla mancanza di fondi e di occasioni investendo in un progetto coraggioso come di questi tempi può essere la creazione di una compagnia. E’ il caso di Carmen Castiello, fondatrice e direttrice del Baletto di Benevento.

Carmen, quando ha scoperto la sua passione per la danza?

Sono stata una bambina molto riservata ed essendo la seconda di quattro figli trascorrevo molto tempo a casa con i miei fratelli. Quando a otto anni ho iniziato a frequentare una scuola di danza presso l’oratorio del mio paese, ho sentito che quella era una giusta dimensione della mia vita. Non era una scelta legata alla danza come forma di spettacolo, visto che non avevo la possibilità di vederne in teatro e non esisteva Internet, ma era dettata dalle percezioni che avevo della danza, che mi facevano sentire a mio agio. Tutta l’evoluzione artistica è venuta negli anni successivi.

Ha studiato a Napoli e poi all’Accademia Nazionale di Danza di Roma. C’è qualcuno dei suoi insegnanti che ricorda con particolare gratitudine?

La persona che sento di dover ringraziare con particolare gratitudine è la professoressa Wilma Valentino dell’Accademia Nazionale di Danza, che ha stimolato in me il desiderio di conoscere ed approfondire la didattica della danza, che ho successivamente studiato in scuole importanti come l’Accademia di Marika Besobrasova e la scuola dell’Accademia di danza Vaganova di San Pietroburgo. In seguito ad altre esperienze relative allo studio della pedagogia della danza ho poi creato un mio metodo d’insegnamento, che nel tempo si è rivelato molto gratificante e “produttivo”.

Da anni dirige il Cento Studi Carmen Castiello a Benevento. In questa provincia campana c’è la cultura della danza?

Benevento è una città aperta a molte forme di spettacolo, che dà attenzione in particolar modo al teatro ed alla musica. Grazie alle trentasette edizioni del Festival Città Spettacolo è nata una sensibilità verso varie forme di spettacoli teatrali e, di conseguenza, per la musica legata ad essi. Inoltre, la presenza del Conservatorio Statale ha contribuito alla formazione di bravissimi musicisti e gruppi musicali di grande qualità. La danza è rimasta per molti anni legata alla produzione dei saggi di fine anno delle scuole, tranne qualche eccezione nell’ambito del Festival Città Spettacolo o a sporadiche compagnie che raramente si esibivano nei nostri teatri. Nonostante tutto, le scuole di danza della città sono molto frequentate. Dal 2008 al 2011 in collaborazione con la Provincia ed il Comune di Benevento abbiamo dato vita al Festival “Una finestra sulla danza”, con laboratori, mostre di pittura e fotografiche dedicate al mondo della danza, convegni con ospiti come il maestro Alberto Testa, testimonianze come quelle di Luciana Savignano e Liliana Cosi, e spettacoli con compagnie come la Spellbound Dance Company diretta da Mauro Astolfi.

E’ la direttrice del Balletto di Benevento. Ci racconta come nasce questo progetto e quali sono le soddisfazioni che le ha dato?

Il Balletto di Benevento nasce con lo scopo di collocare la danza tra le attività artistico-culturali della città, di dare visibilità a quest’arte e di proporla nei cartelloni degli spettacoli cittadini. La caratteristica della compagnia è che ogni spettacolo è accompagnato dalla musica dal vivo dei gruppi e delle orchestre del nostro territorio. Il primo spettacolo è andato in scena nel settembre 2012 con “Racconti mediterranei”, nell’ambito del festival Città Spettacolo che vede protagonisti da una parte le coinvolgenti sonorità del Canzoniere della Ritta e della Manca e dall’altra le coreografie della Compagnia Balletto di Benevento, unite per raccontare la storia nascosta dell’identità meridionale. A questo spettacolo è seguita la produzione de “Lo Schiaccianoci” nel dicembre 2012. Negli anni successivi la compagnia è stata presente nei cartelloni di Città Spettacolo con “Tango querido”(2013), “Omnia vincit amor” (2014) e “La strada per la luna” (2015). La popolarità della compagnia è legata alla “Carmen” di Bizet con l’Orchestra Filarmonica di Benevento, composta da settanta elementi e diretta dal Maestro Valerio Galli, andata in scena al Teatro Romano con protagonisti Josè Perez e Odette Marucci, affiancati da venti danzatori. Lo spettacolo ha avuto molto successo: sono stati venduti oltre 1400 biglietti. Un successo che si è ripetuto l’anno successivo con “Romeo e Giulietta” con l’orchestra filarmonica di Benevento, diretta dal Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, e con protagonisti Amilcar Moret Gonzalez, Odette Marucci e Niccolò Noto nel ruolo di Mercuzio. L’ultima produzione con l’Orchestra Filarmonica è stata lo spettacolo “Il mare…dentro”, omaggio a Pino Daniele realizzato giocando sul sentimento ed esplorando varie tipologie di movimento che vanno dal neoclassico fino all’improvvisazione ed alla reinterpretazione dei simboli della gestualità tipica napoletana in un linguaggio sperimentale ed innovativo, che vuole comunicare la rabbia disillusa e la malinconia di un popolo espressi costantemente nei testi del cantautore napoletano.

Quali sono, invece, le difficoltà che sta incontrando nel portare avanti questo progetto?

In questo momento storico dove c’è poco spazio per l’arte e pochissimo per la danza, è molto faticoso essere direttrice di una compagnia di una piccola città di provincia come Benevento a causa della mancanza di fondi e di spazi culturali dove poter inserire spettacoli di danza. Ho fatto investimenti personali in termini di fatica e di coinvolgimento emotivo in quanto era la prima volta che nella nostra città si faceva un’esperienza così importante di musica e danza senza avere certezze sulla partecipazione del pubblico. Ma i risultati hanno superato di gran lunga le aspettative grazie alla collaborazione dei danzatori e dei musicisti e all’appoggio di privati cittadini che hanno creduto e sostenuto questi progetti.

Ha visto tante aspiranti ballerini. Secondo lei come si riconosce il talento e quale dote non può mancare ad un danzatore?

La dote fisica è certamente importante, ma spesso corpi che non rientrano nei canoni tradizionali del danzatore racchiudono anime e sensibilità che sanno dare forti emozioni. Bisogna saper guardare dentro ed avere la capacità di comunicare a chi è di fronte a noi, a cominciare dalla sala di danza. Credo profondamente che chi fa danza non può vivere solo del corpo e del movimento; una profonda cultura e conoscenza dell’arte in generale possono sostenere un’interiorità che va continuamente rinnovata, oltre a poter mettere in contatto il danzatore con i propri pensieri e le proprie emozioni.

Oggi l’arte della danza quali valori può insegnare ai giovani?

Credo molto nel valore educativo della danza. I bambini di oggi sono poco concentrati su se stessi e sul proprio corpo, non sono abituati a “sudare” e lavorare per raggiungere i propri obiettivi. E spesso, in realtà, non ci sono obiettivi da raggiungere. La danza può riempire grandi vuoti interiori, collocare il corpo in una giusta dimensione e contribuire a creare un gusto ed una sensibilità nei ragazzi che saranno i cittadini del futuro.

Ha tenuto di recente un laboratorio di danza con delle detenute. Ci racconta di quest’esperienza?

Antonella, Patrizia, Ines, Marianna, Marinella e Lina sono state protagoniste di un laboratorio di danza e movimento attraverso il quale hanno sperimentato la possibilità di appropriarsi di uno spazio interiore e di “buttare fuori” con le mani e con il corpo il male del quale desiderano liberarsi, approdando ad una sensazione di libertà interiore e di piacere, ad una dimensione dove i piccoli spazi diventano immensi. La detenzione è il luogo del castigo e della riflessione, uno spazio ristretto dove la percezione del tempo si estende a tal punto da non coincidere con il tempo reale. Nei nostri laboratori si lavorava sul tema dell’oblio: oblio del pensiero, degli affetti, dei sentimenti, di chi vive tra le mura della detenzione. Oblio come paura di dimenticare i volti dei propri cari, il mare, gli odori della vita. La musica ha evocato momenti di suggestioni e sofferenza, abbracci e condivisioni, momenti di dolore e felicità. Questa esperienza mi ha dato la certezza che la danza nella detenzione può essere un significativo ed efficace canale di comunicazione e può diventare sostegno per il corpo che vive in un piccolo spazio, strumento di lavoro introspettivo.

Ha un sogno professionale ancora da realizzare?

Un sogno che ho sempre avuto è che la danza possa avere la giusta collocazione nella mia città, tra la cultura “alta”, e che possa rispettata per quello che rappresenta. Ognuno di noi che ha la possibilità di comunicare e sensibilizzare l’opinione cittadina a favore della danza e dell’arte dovrebbe farlo in modo che questo discorso allargato a territori più vasti potrebbe far crescere il rispetto e la dignità che spesso vengono negati all’arte della danza.

Che cos’è per lei la danza?

E’ tutto ciò di cui ho parlato, un modo di sentire la vita e la possibilità di averne un’altra nel momento in cui ti senti parte di un’idea, di una storia e di un’emozione. La vedo in ogni cosa perché la dimensione della danza è in tutto ciò che vive intorno a noi e dentro di noi.

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