NAPOLI – Come e cosa comunicare con il corpo, oggi, in un mondo ossessivamente sovraesposto alla comunicazione? Chiara Orefice è seduta a una scrivania e disegna su dei fogli di carta, che poi piega taglia, spezza, ridisegna, ricolora. I pezzetti di carta vengono incollati sugli occhi, sulla bocca e lei, così bendata, “guarda” il pubblico. E finalmente il pubblico vede: i pezzetti di carta trasformano il suo viso in un emoticon. Piange a fontana, ride, manda baci, tutto secondo il linguaggio immobile delle faccine. Si maschera, celandosi dietro uno schema di comunicazione che la vera comunicazione impedisce. In un’unica azione la danzatrice riesce a porre la domanda, rispondere, affondare il coltello. Comincia così “Appunti per un incendio”, il lavoro che Chiara Orefice, danzatrice e coreografa, ha portato a “Quello che non ho detto”, rassegna curata da Gennaro Cimmino  per la Sala Assoli, un progetto nato dal desiderio di indagare l’età di mezzo, tra la gioventù e l’età adulta. Per questa ragione il curatore ha chiamato artisti diversi tra loro, ma accomunati, per dirla con le sue parole, dalla “voglia di sconfinamento”, da un’esigenza di connessione tra le varie arti.

“Appunti per un incendio” risponde senza dubbio a questo requisito. Si tratta di un accurato lavoro di ricerca sul corpo e sulle possibilità di intersezione tra l’ espressione del sé e il trasformarsi in risposta e/o specchio agli stimoli esterni, a loro volta disarticolati, spezzati, trasfigurati. Ne risulta un racconto frammentato, anzi un insieme di frammenti di racconto, che trasmette una lettura inquieta e inquietante del mondo. I tentativi di comunicazione sembrano fallimentari, il soggetto, più che esprimersi, si trasforma di volta in volta a seconda del frammento di realtà in cui si imbatte. Quando il suono rimanda i rumori di una guerriglia, se non di una guerra, la realtà si fa violenta e la danzatrice si fa altro da sé. Si trasforma anche in paesaggio, attraverso un’interazione con i video, proiettati alle sue spalle, su di lei, con lei come elemento dell’immagine. E anche la voce, il canto, è frammentato, come il movimento del corpo e la realtà che racconta.  Imprigionata, e perciò in continua fuga, tra sedia e scrivania  Chiara Orefice trasforma la quotidianità e il gesto quotidiano nella mappa di un mondo interiore conflittuale.

Forse un po’ troppo lunghi i momenti di silenzio, le pause dell’azione che in un lavoro di questo tipo andrebbero usate con maggiore attenzione.