Amedeo Amodio
Amedeo Amodio

In questi giorni Amedeo Amodio sta lavorando a Palermo a una “Coppelia” con Anbeta Toromani e Alessandro Macario. L’eloquio fluente di chi ha molto da raccontare. Il garbo di una persona gentile. La voce pacata che contiene l’emozione dei ricordi di una vita, vissuta nel mondo della danza a contatto con grandi personaggi dalla Callas a Visconti da Balanchine a Milloss e poi Massine, De Chirico, Guttuso, Stravinsky.

Curioso della vita prima che dell’arte, schivo nel parlare di sé e di tutti i consensi che hanno coronato la sua lunga carriera di danzatore e coreografo di rango, Amedeo Amodio continua il suo cammino.

Parliamo del prossimo debutto al Teatro Massimo di Palermo, della sua Coppelia, molto diversa dall’originaleprotagonisti Anbeta Toromani e Alessandro Macario, che definisce “ ballerini completi ed interpreti nel vero senso della parola.”

Questa Coppelia si ispira al testo di Hoffmann ma è inquietante ed intrigante. E’ una versione andata in scena nel !992, molto danzata. E’ ambientata in un set cinematografico dove stanno girando vari film, Coppelius è il regista. Il racconto, con i toni consueti della commedia, è basato sullo sguardo, gli occhi sono in primo piano. La scena della festa si svolge in una balera anni ’20 con tanto di cha-cha-cha, tango e mazurka, il linguaggio espressivo è quello della danza a trecentosessanta gradi. Un movimento può prendere diverse connotazioni a seconda di differenti ambientazioni. Ci sono anche alcune citazioni ai film americani più famosi, come Sette spose per sette fratelli e ho messo in evidenza tre automi caratterizzati da Charlot, Frankenstein e Dracula.

E Anbeta e Macario?

Anbeta Toromani ed Alessandro Macario sono due veri interpreti, lei è una danzatrice completa, lui è proprio un bel ballerino. Accanto a loro Riccardo Riccio nel ruolo di Coppelius e Michela Viola in quello di Olimpia.

Maestro, com’è entrata la danza nella sua vita?

Per tre anni ho studiato violino. Sono entrato alla Scala per la musica ma mi sono subito innamorato della danza. Erano gli anni ’50 e in un momento di rinascita del teatro arrivavano i grandi artisti: Callas, Tebaldi, Visconti, Morelli, Balanchine, Milloss, i maestri dei ‘Balletti Russi’ di Diaghilev che rimontavano balletti come L’uccello di fuoco, Petrouchka. Un giorno Stravinsky ha assistito ad una prova, e poi Picasso, De Chirico, John Cranko, che alla Scala ha creato Romeo e Giulietta, c’era un fermento incredibile anche se da ragazzo non capivo l’importanza di questi grandi personaggi. Avere l’opportunità di andare a scuola di teatro è stato un arricchimento continuo, ero curioso di tutto ciò che succedeva intorno a me, andavo alle mostre, seguivo le prove. Ho capito prima di tutto cos’era il teatro poi subito dopo la danza che assume un valore quando c’è la coscienza, la consapevolezza di ciò che si fa. Soltanto così un gesto semplice diventa qualcosa di più. Ho avuto la fortuna di vivere un periodo fertile, mi sembra di avere cento anni per l’esperienza accumulata!.

E la passione per la coreografia?

C’è sempre stato un interesse da parte mia, quando veniva un coreografo come Roland Petit o Aurelio Milloss eseguivo i passi che mi insegnavano e andavo sempre avanti con la fantasia, da un loro spunto cominciavo ad elaborare, tutti mi dicevano ‘diventerai un coreografo!’.

Quale linguaggio coreografico utilizza nelle sue creazioni?

Vengo da una formazione classica ma ho studiato anche il moderno, credo che la danza sia una, naturalmente c’è quella di qualità e quella fatta male. Penso di avere sviluppato un mio linguaggio personale che ha tante e diverse matrici. Nel classico mi piace il rigore, non prediligo il gesto fine a se stesso, mi interessa che ci sia un messaggio. Non amo particolarmente la danza contemporanea, c’è un’inflazione ormai, non è una critica ma molti si definiscono coreografi contemporanei perché non hanno abbastanza conoscenza, come capitava nella musica o nella pittura astratta. Picasso aveva una cultura straordinaria prima di inventare una sua forma espressiva. Definirmi è difficile, sono una persona molto curiosa che prende dagli altri e personalizza ciò che ha appreso. Ho viaggiato molto, ancora giovanissimo sono stato in Spagna a studiare il flamenco, una mia grande passione; ho ballato con Antonio Gades ne L’amor brujo con Guttuso che ci dipingeva sul corpo.

Che cosa la colpisce in un danzatore?

La personalità. Quando un artista entra in scena, anche da fermo, ed esprime qualcosa. Nel 1951 ho visto ballare Jean Babilé alla Scala in Le jeune homme et la mort, sono rimasto folgorato, era incredibile come attore e come danzatore. E poi mi viene in mente Rudolf Nureyev ne Il Corsaro, quando entrava in scena il pubblico restava col fiato sospeso: la sola presenza aveva già incantato tutti. Il danzatore deve avere dentro di sé qualcosa da esprimere con la giusta intensità, detesto le forzature, il corpo parla e l’espressione del viso è già una conseguenza del movimento.

Lei rappresenta un pezzo di storia della danza, il suo nome è legato ad Aterballetto. Che cosa ha rappresentato questa compagnia nel suo percorso artistico?

E’ stata una tappa fondamentale. Avevo sempre in mente di fondare una mia compagnia, ho lavorato molto a Spoleto dove c’erano tanti gruppi stranieri che venivano ad esibirsi. Sono andato a New York, ho parlato con George Balanchine, Alvin Ailey, Josè Limon, Martha Graham, erano tutti d’accordo nel concedermi dei balletti ed è partita questa meravigliosa avventura durata ben diciotto anni. Con l’aiuto dei direttori dei teatri e degli assessori alla cultura, appassionati di danza, abbiamo chiamato i più grandi coreografi del momento da John Butler a Glenn Tetley, il primo a venire in Italia è stato William Forsythe e poi ancora Lucinda Childs, Jennifer Muller.Abbiamo girato il mondo con circa centocinquanta spettacoli all’anno, è stata un’esperienza entusiasmante. Col senno di poi, avrei dovuto essere più esigente invece di sistemare ogni situazione. Nel dirigere un organico bisogna avere un polso fermo, se si è troppo comprensivi la risposta non sempre è positiva.

Che cosa la emoziona?

Un semplice sguardo, la tenerezza di un bambino, una bella giornata…dipende dalla situazione, dal momento.

E’ cambiato qualcosa nel mondo della danza, secondo lei?

I ballerini sono diventati più bravi ma forse c’è una maggiore superficialità, spesso le strutture sono carenti. Quando ero alla Scuola di Ballo della Scala eravamo sempre in scena, i ragazzi di oggi non hanno la possibilità di approfondire il loro lavoro.

Che cosa ama del mondo della danza e che cosa non sopporta?

Mi piacerebbe che i giovani di talento potessero esprimersi al meglio, non sopporto la superficialità, non solo nella danza.

Dopo una carriera lunga e luminosa ce l’ha un sogno da realizzare?

Voglio dedicarmi ai giovani, trasmettere loro la mia esperienza. Sogno di creare una scuola dove si possa studiare musica, canto e recitazione e dove gli allievi possano interagire tra loro. Alcune trasmissioni televisive hanno il merito di aver avvicinato un vasto pubblico alla danza ma il tipo di impostazione magari non la condivido. Per intraprendere la carriera artistica bisogna studiare con molta serietà.

Che cos’è la danza per lei?

Un’arte che col suo linguaggio permette di viaggiare con la fantasia senza alcun limite. Da giovane era un piacere puro ballare ora lo faccio nella testa. Tutti dovrebbero studiarla perché muoversi nello spazia è una goduria.

Elisabetta Testa