A distanza di pochi giorni mi arriva notizia di una rassegna organizzata dall’Associazione Sosta Palmizi di Raffaella Giordano e Giorgio Rossi in collaborazione con il Comune di Arezzo e la Regione Toscana. Si chiama “Invito di Sosta”, 6 appuntamenti da novembre 2013 ad aprile 2014, sulla danza contemporanea.

Il 12 gennaio 2014, i festeggiamenti sono già un ricordo lontano, la routine quotidiana e lavorativa è ripresa alla grande, è una domenica fredda e grigia. Decido di rifugiarmi con un paio di amici al Teatro Mecenate di Arezzo, curiosa ed emozionata di assistere al nuovo appuntamento proposto da “Invito di Sosta”: “Passo” di Ambra Senatore.

“L’inattesa deviazione della percezione è una componente del gioco teatrale e di fatto, anche la vita pone di fronte al continuo trasformarsi del senso di quello che incontriamo, chiedendoci elasticità, capacità critica e allenamento al dubbio, alla messa in discussione”, sono le parole di Ambra riportate nel comunicato stampa dell’evento.

Questo spettacolo è esattamente così. Una piccola meraviglia di spaccato dell’umanità nella sua lotta quotidiana tra imitazione (istinto primordiale), omologazione (deviazione sociale), individualismo (rivolta di forza diametralmente opposta), libertà di espressione (arte) e socialità (una possibile conseguenza).
“Uno spettacolo in cui si ride senza sapere esattamente perché, in cui si è toccati dai corpi semplicemente presenti all’azione, che negano la possibilità di un’univoca interpretazione degli accadimenti, lavorando sul dubbio e sulla sorpresa“.
Uno, due, tre, quattro, infine cinque danzatori si muovono in scena tra silenzi, frammenti di colonna sonora, parole, interazioni con gli spettatori. Disorientati disorientano il pubblico stesso con gesti a volte “troppo” quotidiani, infrangendo il simulacro di marionetta. che assumono spesso per una tacita necessità, e mostrando le fratture della persona che non regge il gioco della finzione, che non regge un individualismo cieco e puramente imitativo. L’imitazione stessa, che inizialmente è espressa come una forma di omologazione (anche negli elementi scenici, come ad esempio i costumi), diventa una vera e propria forma di avvicinamento e di dialogo tra i danzatori. Un uomo in parrucca e vestitino femminile non è più marionetta omologata ma una figura estremamente comica, un compagno di giochi, un partner. Nel percorso la via del ritorno è per forza un processo di evoluzione, dove alla fine i danzatori abbandonano i loro costumi e ne indossano dei nuovi, ciascuno il proprio… È quel “qualcosa di rosso”, una sorta di ossessione che accompagna tutto lo spettacolo, che coinvolge il pubblico, impegnato ad offrire alla scena propri oggetti personali, l’elemento di disturbo che diventa frattura di una monotonia di interazione, che è in realtà non-interazione tra le parti. E così si arriva alla diversità, di movimenti, di abbigliamento…forse solo l’inizio per un nuovo ciclo di liberazione dalla raggiunta espressione individualista?
Ambra e i suoi fedeli compagni di scena Caterina Basso, Claudia Catarzi, Matteo Ceccarelli, Elisa Ferrari, Tommaso Monza, stanchi ma soddisfatti, incontrano il pubblico a fine spettacolo per raccogliere impressioni, esaurire dubbi e curiosità, confrontarsi. Resto in silenzio nella mia poltroncina ad ascoltare gli scambi di parole, a raccogliere le emozioni che le attraversano e ne trapelano.

Mesi dopo cresce la voglia di scrivere un articolo su quello spettacolo, rimasto così ben impresso nel ricordo e nel cuore (sento ancora l’atmosfera di quella serata), ma soprattutto come un’occasione per conoscere meglio il mondo di Ambra.
Dopo mille peripezie di mail e telefonate, tali da farmi quasi disperare in un destino avverso, il caldo estivo alle porte, finalmente raggiungo Ambra al telefono a Torino. Una lunga, emozionante chiacchierata attraversata dagli accadimenti della vita, sul passato, sul lavoro di oggi, su progetti, sogni e sfide future, in equilibrio sul sottile filo rosso della danza.

Come nasce “Passo”? Partiamo dal Duo…
“Passo Duo” è stato presentato e ha vinto al Premio Equilibrio per la Danza Contemporanea Italiana /Fondazione Musica, Roma, nel 2009. Si trattava di una “bozza” per uno studio per 4-5 persone: “Passo”. Era quindi una coreografia di 15 minuti eseguita dalla sottoscritta in coppia con Caterina Basso, che ha ancora oggi una vita autonoma, anche se chiaramente “Passo” è la versione completa.
Dall’ottobre 2009 fino a tutto il 2010 il progetto si è difatti sviluppato fino alla sua forma finale per 5 danzatori. È un lavoro che ruota attorno al concetto di replica e attraverso di essa si è costruita una evoluzione narrativa, dall’omologazione alla personalità individuale e collettiva, giocando tra elementi di finzione ed elementi reali, come la presenza di partiture danzate abbastanza scolastiche, per scelta.

Poi c’è “A posto”…
Diciamo che la stratificazione di azioni elaborata in “Passo” è diventata più salda e articolata in questo lavoro a tre, realizzato con Claudia e Caterina. Qui il cambiamento è la chiave drammaturgica del pezzo. Pensa alla scena del pic-nic dove azioni come mangiare la torta e sporcarsi alludono ad un fatto di sangue accennato nel corso della coreografia. In “A posto” giochiamo sulla compresenza inevitabile di quello che è immediatamente percepito come facente parte della messa in scena, e di aspetti invece più legati alla realtà delle persone in scena rendendo anche i secondi elementi del discorso scenico.
Quando un danzatore è in scena porta con sé lì davanti al pubblico una serie di elementi, apparentemente estranei alla scena stessa e alla narrazione, ma che in effetti sono intimamente legati ad essa, alla performance, al suo danzare. Pensiamo ai lividi ad esempio. Ecco a questo punto mi sono chiesta: siccome questi elementi fanno parte del danzatore come persona e nella sua modalità scenica, poiché non può evitarli, né nasconderli, perché non trasformarli in elementi drammaturgici?

C’è qualche denuncia velata nell’analisi che porti in scena?
Lo spirito della mia analisi deriva dal tentativo di osservare l’essere umano, nella sua interezza, e dunque anche nelle sue manifestazioni di pochezza, debolezza, bestialità. Non è improbabile che possa legarsi ai miei lavori quindi un vero e proprio spirito di denuncia, può, ma sempre legato al sentimento tragicomico che li contraddistingue. L’occhio che osserva chi si muove in scena è sempre influenzato da un invito a osservare quello che accade lì come prossimo a quello che accade nella quotidianità, e quindi, con un sentimento di complicità e compassione (non pietà), benché non escluda il distacco. Mi piace coinvolgere il pubblico in quello che narro, renderlo partecipe, e il modo che trovo più incline a questo scopo è quello di parlare anche di loro, analizzando la condizione umana.

Il tuo rapporto con la realtà, come si svolge nel tuo fare?
La realtà mi incuriosisce. Non c’è cosa più interessante. È per questo che da quando ho iniziato a lavorare ho sempre cercato di inserire elementi di realtà nella mia danza. Spesso nelle opere teatrali partendo dalla realtà si costruisce una dimensione rielaborata. Il mio lavoro quando creo è di cercare sempre nessi con la realtà, è il dialogo naturale che ci unisce. Lavoro sempre con danzatori molto vicini alla mia poetica e non ho mai avuto difficoltà con la compagnia a dialogare e comporre sulle basi della realtà. D’altra parte è proprio la realtà che ci lega, nello spettacolo, al pubblico.

“Passo” tornerà in Italia (l’ultima data è stata a fine inverno a Bologna)?
È molto complesso girare in Italia con spettacoli per 5-6 persone. È soprattutto un problema economico. Ad ogni modo oltre questo fattore, al momento siamo pieni di date estere e non abbiamo organizzato nuove esibizioni in Italia.

Parliamo di “ARinga Rossa”…
“ARinga Rossa”, il cui titolo è ancora provvisorio, debutterà a Lyon a fine settembre.
Il lavoro nasce in qualche modo da “Passo”, in particolare dalle regole compositive, fatte di giochi e di improvvisazione, che lo hanno caratterizzato. Siccome abbiamo trovato molto interessante il procedimento abbiamo deciso di analizzarlo meglio in uno spettacolo che si concentrasse su quell’aspetto in particolare e che potesse divenire poi qualcosa di semanticamente più ampio. L’intento è quello di fornire una metafora della società. Per questa ragione la coreografia è concepita per 9 danzatori. Sarà un lavoro ispirato al movimento, molto danzato, per la maggior parte della coreografia sarà di gruppo e la drammaturgia si costituirà sulla stratificazione di indizi.

Quali sono le tue chiavi compositive?
La fase di composizione è per me un processo abbastanza intuitivo e istintivo. Parto da dei piccoli desideri e lancio piste improvvisative che ci conducono su sentieri inattesi. Non ho mai un’idea a priori , creata a tavolino, la testa viene dopo ad analizzare ed eventualmente rafforzare e riordinare ciò che emerge quasi malgrado noi, in improvvisazione, dando spazio al corpo e all’ascolto di sè, degli altri, del momento. Per questo lavoro uno degli elementi di partenza è il fatto semplice che trovandosi davanti ad una immagine, ad una scena breve, nella vita, non conosciamo il suo passato e il suo futuro e possiamo giocare a immaginarci i suoi mille possibili sviluppi futuri e quali siano stati i suoi mille possibili passati. Ma non è solo una questione narrativa, non c’è solo uno scardinamento dell’ordine cronologico degli eventi attraverso una solida drammaturgia, quanto piuttosto anche una costruzione via via delle parti della coreografia molto simile a come potrebbe essere girarla. Ogni volta che penso a una nuova scena mi chiedo “come farla vedere al pubblico?”, “adesso cosa mostro?”, ragionando sui vari piani di visione, lavorando in profondità di campo. A posteriori mi rendo conto che le mie ispirazioni hanno un legame interessante con la fotografia e il cinema. In “Passo” ad esempio, questa costruzione è abbastanza evidente. Una cosa che deriva dal cinema, ma che in verità è qualcosa sulla quale ho riflettuto solo dopo aver incontrato e appreso la tecnica compositiva di Roberto Castello, è il “freeze-frame”.
In generale arrivo ad una analisi acuta dei miei lavori quasi a termine della fase di composizione. Molto spesso mi piace affrontarla anche con il pubblico dei miei spettacoli, è come se ricevessi ogni volta un’aggiunta di consapevolezza sui miei lavori.

E Raffaella Giordano? Come l’hai conosciuta?
L’incontro con Raffaella è arrivato in un momento della mia vita nella quale avevo bisogno di esser condotta in una direzione. Ho studiato danza sin da piccola, ma poi dopo la maturità ho scelto di studiare cinema al Dams di Torino, allontanandomi quindi in qualche modo dal poter pensare di lavorare danzando. E invece proprio al Dams, attraverso due docenti del corso di arti dello spettacolo sono entrata in contatto con Giorgio Rossi, con la storia di Sosta Palmizi… Poi di lì il passo è stato brevissimo, ho seguito due laboratori con Giorgio e con Raffaella a Bologna, e ho capito che non mi sarei più fermata. Era il 1999, o forse il 2000.
Nel periodo di studio e di lavoro con Raffaella la mia ricerca sul corpo, sull’espressione è stata profondissima. La presenza della persona in scena e il non ornamento, la ricerca di elementi di concretezza nel movimento, sono due aspetti della danza di Raffaella che ancora oggi porto con me e con i quali continuo a scalfire la mia ricerca e il mio studio.
Oggi coltivo un profondo affetto per Raffaella. Ad Arezzo, l’inverno appena trascorso, è stato un “Passo” molto bello ed emozionante.

In due parole la danza.
La danza è per me… Immediata. Nel senso di non mediata. Perché è fatta di corpi, ragione per la quale credo in una danza che sia quanto più accessibile a tutto il pubblico.

La danza è… Un pezzo di me.
La danza è… Noiosissima, scherzo, cioè, intendo dire, può esserlo quando diventa troppo autoreferenziale e lo spettatore si perde, e perde la stessa immediatezza di quella danza.
Ecco, la mia prossima sfida sarà di dare vita ad un lavoro molto, molto danzato e che si faccia aiutare in porzione minore dal teatro. È una sorta di sfida anche mentale per me, perché sto attraversando un periodo di acuta riflessione sul fare spettacolo, in generale. Ho riflettuto molto sulla possibilità di parlare di tematiche sociali come la guerra, la violenza, ma in verità si tratta di temi che non riescono ad appartenermi nel profondo. Al momento ciò che sento più forte, come sentimento da trasmettere, è la generosità e la solidarietà verso l’altro, in una parola, la capacità di aprirsi all’altro. Forse perché sento che è qualcosa che oggi stiamo poco a poco perdendo. Tutti i miei lavori cercano una complicità del pubblico, un coinvolgimento, ma per ora mi sono tenuta sempre entro i limiti di sicurezza.
Pensa cosa potrebbe essere far ballare anche il pubblico! Mi viene in mente il lavoro che svolgo con la compagnia nei laboratori/atelier, in Francia e qualche volta anche in Italia: un lavoro di “mediazione”. Si tratta di qualcosa di fondamentale che da il senso alla nostra attività creativa, a volte mi sembra, anche più della messa in scena di uno spettacolo. Credo che la mia prossima sfida, con tutti i suoi punti, come ti ho detto, partirà da qui.

Il prossimo appuntamento in Italia?
Il debutto del nuovo lavoro, a dicembre, a Torino.

Info
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