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Al Teatro Argentina in scena la nuova creazione del corpo di ballo del Teatro Nazionale Croato di Zagabria con APOXYOMENOS

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ROMA – Domenica 7 ottobre (ore 21) al Teatro Argentina in arrivo dalla Croazia i diciassette danzatori del corpo di ballo del Teatro Nazionale di Zagabria che portano in scena APOXYOMENOS, con coreografie di Claudio Bernardo, un racconto in danza di popoli venuti dal mare, tra vita e morte nelle acque del Mediterraneo.

«Conoscete quella sensazione di elevazione che si prova la prima volta che si vede il mare?». Apoxyomenos prende la mosse da qui: dalla meraviglia che si prova di fronte a quella massa d’acqua scura quando la si vede per la prima volta. Il mare diventa il campo di battaglia su cui si giocano la morte e la vita, una battaglia danzata che si fa storia solenne di popoli e di mari. Il Mediterraneo-palcoscenico è il grande spazio che accoglie l’avventura dei danzatori: culla dell’umanità, tra miti e fatiche umane, da Euripide alle donne di Troia, fino ad arrivare ai durissimi conflitti del nostro presente, quelli di cui sono protagonisti i migranti, uomini forzati alle acque che si perdono nel vortice della Storia.

L’Apoxyomenos è un capolavoro della Grecia antica raffigurante la statua di un giovane atleta colto nell’atto di detergersi il corpo da polvere e sudore con uno strigile. La statua, scolpita da Lisippo, aveva un enorme valore per i greci: si trattava della prima scultura che, grazie alla posizione delle braccia, offriva allo sguardo un gioco di chiaro-scuro che ne esaltava la tridimensionalità. Ma a concorrere all’importanza della scultura era soprattutto il suo significato simbolico: un atleta eroico, statuario, colto in un momento di umiltà, dunque riportato ad una dimensione di intimità che poteva appartenere a chiunque lo guardasse. Ecco la formula della pièce portata in scena dal corpo di ballo del Teatro Nazionale Croato di Zagabria: l’epopea dei migranti, costretti a diventare gli “atleti” del nostro tempo, esplorata in chiave intima e al tempo stesso maestosa.

Un altro legame simbolico riporta l’idea dello spettacolo alla scultura dell’Apoxyomenos, quello incarnato dal suo ritrovamento. Le onde hanno infatti restituito alla terra la statua dell’atleta, pressoché intatta, dopo averla conservata per due millenni. L’atleta-migrante diventa metafora dei disastri che nel corso del tempo sono sprofondati negli abissi marini. Questa la suggestione che ha guidato Claudio Bernardo nella creazione di una coreografia che si muove all’interno di universo poetico e nostalgico, in cui affiorano le danze tradizionali dei paesi del Mediterraneo e del bacino dell’Adriatico.

Ad accogliere gli spettatori un telo bianco, come la vela di una nave, che si agita stagliandosi sul nero del fondale. Appare il popolo dei danzatori che accerchiano il telo e dominano con il peso del proprio corpo lo sventolare frenetico della stoffa come un mare in tempesta: ha inizio il viaggio. Fra assoli e parti corali, i corpi flessuosi dei danzatori ci fanno addentrare in un mondo di violenza che si alterna alla grazia. Momenti di estrema tensione – come quello in cui le danzatrici fanno inghiottire il viso dai capelli, scuotendoli al ritmo di una danza magnetica e ineluttabile – si alternano a passi armonici e sciolti dei danzatori che diventano un corpo unico di voci, braccia, gambe, facendosi catena umana. Ricca di simboli, la pièce ci guida lungo una strada cosparsa di t-shirt con loghi commerciali, gabbie, oggetti sbattuti, quadrati luminosi che delimitano il campo della performance. È l’epopea della contemporaneità che si svolge sotto ai nostri occhi: un tentativo di immaginare la tragedia oggi.

 

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