BERLINO – Adela Bravo Sauras, regista e architetto spagnolo, dopo aver conseguito la laurea in architettura a Madrid nel 2008, si trasferisce a Berlino dove fonda il gruppo No Fourth Wall – www.nofourthwall.com – il cui lavoro è caratterizzato dalla volontà di fondere teatro e architettura al fine di coinvolgere lo spettatore nei progetti e abbattere le strutture architettoniche che separano pubblico e performers.
Con il suo gruppo ha lavorato in numerosi teatri a Berlino (Hebbel am Ufer – HAU, Ballhaus Ost, MicaMoca, FIT, Acudkunsthaus, Gallery WortWedding, Prinzessinnengärten), Edinburgo, Buenos Aires, Francforte, Basilea e Madrid (Sala Triángulo e Tabacalera) ed è stata premiata in concorsi come Performance Architecture European Capital of Culture 2012 Guimaraes,  Berlin Förderung (Fachbereich Kunst und Kultur), Szena Simulacro o el Hanssem Co. Ltd´s Design Beyond East and West.
Recentemente ha partecipato come performer e assistente scenografa al Festival Internacional de Nuevas Dramaturgias del Schaubühne con il progetto `Meat´, e come scenografa su ‘Orbis Tertius’ in TAK (Theater Aufbau Kreuzberg). Da ottobre in poi sarà impegnata nella ricerca e nella presentazione di nuovi progetti presso l’Institut fur Angewandte Theaterwissenschaft a Giessen.
Attualmente, tra i numerosi altri impegni, studia per il dottorato di ricerca presso l’Universitaet der Kuenste a Berlino grazie alla borsa di studio Caja Madrid.

Che influenza ha la danza nel tuo lavoro?

Nei miei progetti confluiscono allo stesso tempo diverse discipline artistiche. A parte il teatro e l’installazione architettonica, solitamente vi trovano spazio anche la danza, la filosofia e la musica. Il motivo per cui mi servo di differenti strumenti di comunicazione dipende dal fatto che in una performance esistono molti modi di arrivare allo spettatore, e tra questi, la danza è quella che riesce a coinvolgere maggiormente le persone, è più diretta e non si presta a manipolazioni. Mentre con un testo scritto s’impone un proprio punto di vista molto preciso, con la danza si trasmette soltanto un’idea, ma la lettura del movimento coreografico o dell’improvvisazione è molto più personale e soggettiva.
Partendo da questo presupposto, nella mia esperienza ho imparato che attraverso la fusione di più discipline, tra cui la danza, è più semplice rendere la partecipazione dello spettatore attiva, quasi fosse un coautore.
Per esempio in “Easywhy, I think too much, therefore I am sick” presentato nel 2013 presso il Ballhaus Ost a Berlino, si voleva dimostrare come le persone affette da ADHD (Attention deficit hyperactivity disorder), considerate per questo “malate di mente”, altro non sono che soggetti iperesposti a stimoli visivi e uditivi, la cui attenzione si allontana da quella comunemente vissuta come realtà oggettiva. Considerando le cose da un differente punto di vista, però, la posizione di questi soggetti potrebbe essere la chiave per trovare modi diversi di percepire le cose.
Al fine di ricreare nel pubblico la stessa condizione mentale di una persona con disturbi da ADHD, ho quindi cercato di sottoporre ogni spettatore a un bombardamento di molteplici inputs. C’erano quattro danzatori, un’attrice (che compariva in uno schermo, si esibiva dal vivo e le cui parole risuonavano come voice over), due musicisti e due filosofi che si esibivano simultaneamente, ognuno tentando di catturare l’attenzione dei singoli spettatori, legati alle pareti da elastici di diverse lunghezze. I danzatori creavano vari intrecci tra gli elastici e determinavano incontri tra le persone; i visitatori, a seconda delle loro scelte e del loro interesse per una azione piuttosto che per le altre, determinavano la propria posizione e il proprio spazio visivo.

Cosa ne pensi delle contaminazioni tra discipline diverse nell’arte contemporanea?

Nei lavori di No Fourth Wall, sebbene talvolta si prenda spunto da un testo, magari scritto da filosofi come Gregory Bateson o da biologi come Joachim Bauer, la tendenza è quella di allontanarsi dalla parola scritta. Per quanto mi riguarda, infatti, la cosa importante è il testo scenico, e questo per non chiudere il pubblico in idee prestabilite. Trovo, infatti, sia di gran lunga più interessante lasciare che siano le reazioni e le libere associazioni dello spettatore a indicare la strada. L’idea è di dar vita a un teatro come luogo dove chiunque abbia un ruolo attivo, affinché si sviluppino lentamente le immagini poetiche.
Per esempio in “36, a plot’s kermesse” creano 12 monologhi teatrali, 12 cortometraggi e 12 dialoghi filosofici. Lo spettatore aveva una carta di navigazione e poteva scegliere a quale plot assistere secondo i suoi interessi. In questo modo era il singolo visitatore che creava la sua drammaturgia. Come Heiner Müller diceva: ci si annoia di meno se in uno spettacolo dopo un plot arrivasse un plot diverso, e dopo ancora un altro differente. Il mio obiettivo, pertanto, non è quello di tendere alla perfezione, ma di divertire lo spettatore nel senso in cui Heiner Muller intendeva.

Nei i tuoi lavori futuri prevedi di coinvolgere ancora la danza?

A me interessa lavorare sempre di più con diversi esperti in varie discipline. Si parte da una domanda comune e ognuno deve poi cercare delle risposte specifiche entro i limiti della propria competenza. Il mio ruolo è solo quello di “aggregante”. Non essendo un’esperta in danza, cerco di avvalermi della collaborazione di buoni coreografi, lo stesso vale negli altri campi, quali la filosofia e la musica.
Per rispondere compiutamente alla domanda: si, nel lavoro attualmente ancora in fase di produzione “Ibsagon”, ci saranno ancora danza, teatro, architettura, musica, e filosofia.