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BERLINO – Martedì 18 dicembre, presso il Komische Oper di Berlino, lo Staatsballett ha portato in scena due lavori: Your Passion is Pure Joy to Me, creato nel 2009 per il Gothenburg Ballet da Stijn Celis e Half Life, lavoro del 2017 per il Royal Swedish Ballet Stockholm di Sharon Eyal e Gay Behar.

Photo by Jubal Battisti

Il primo pezzo è composto da diversi momenti coreografici evidentemente ispirati alle musiche, vere protagoniste di questa prima parte della serata.
Sui brani di Pierre Boulez, Nick Cave, Gonzalo Rubai Caba e Krysztof Penderecki i danzatori si esibiscono in soli, duetti e momenti d’insieme che hanno il solo merito di mettere in risalto la bravura dei singoli performers.
Esteticamente gradevole, Your Passion is Pure Joy to Me non è né un lavoro di ricerca né uno spettacolo con contenuti o messaggi importanti, bensì una esibizione bella ma per nulla innovativa.

Photo by Jubal Battisti

Completamente diversa è l’atmosfera del secondo pezzo in scena.
Su un palco poco illuminato, in costumi adamitici, un uomo e una donna si muovono al ritmo sempre uguale della musica elettronica che scandisce il tempo dei loro gesti. Dalla loro destra, lentamente, in passi minimali e conturbanti entra in scena un gruppo folto e compatto di creature che sembrano venire da un luogo lontano.
Nel riconoscibile stile di Sharon Eyal, sulle mezze punte, in una danza sempre uguale come le battute della musica che l’accompagna, si assiste a uno spettacolo intenso e ipnotizzante.
Nonostante la ricercata ripetitività dei piccoli passetti sul posto o del sinuoso ondeggiare delle spalle e del torso, la performance riserva molte sorprese: c’è sempre un elemento o un gesto che rompe l’insieme, un contrappasso, un guizzo che cambia il ritmo o la qualità del movimento.
Tra l’ancestrale e il futuristico, Half Life lascia il pubblico col fiato sospeso per tutta la durata della performance dimostrando, ancora una volta, che non sono i tecnicismi a garantire il livello di una esibizione, quanto la qualità, la ricerca e l’intenzione della coreografia.

Photo by Jubal Battisti

Last Tuesday, December 18th, at the Komische Oper in Berlin, the Staatsballett performed two pieces: Your Passion is Pure Joy to Me, created in 2009 for the Gothenburg Ballet by Stijn Celis and Half Life, 2017’s choreography for the Royal Swedish Ballet Stockholm by Sharon Eyal und Gay Behar.

Photo by Jubal Battisti

The first piece is composed of several choreographic moments evidently inspired by the music, which is the true protagonist of the first part of the evening.
On the notes of Pierre Boulez, Nick Cave, Gonzalo Rubai Caba and Krysztof Penderecki, the dancers perform solos, duets and ensembles that highlight the skills of the individual performers.
Aesthetically pleasing, Your Passion is Pure Joy to Me is neither a research nor a show with important contents or messages. Might be a beautiful show, but not at all an innovative performance.

Photo by Jubal Battisti

The atmosphere of the second piece is completely different.
On a dimly lit stage, in Adam-and-Eve style, a man and a woman move on the rhythm of the electronic music that marks the time of their gestures. From the right side of the stage, slowly, with minimal and unique moves, a large and compact group of creatures appears. They seem to come from a distant place.
The style of Sharon Eyal can be recognised by having with dancers constantly on demi point and her steps become one with the beats of the music. It is an intense and hypnotic show.
Despite the repetitiveness of the small steps on the spot or of the sinuous swaying of the shoulders and the torso, the performance holds many surprises: there is always an element or a gesture that breaks the ensemble, a counterpoint, a flicker that changes the rhythm or the quality of the movement.
Between the ancestral and the futuristic, Half Life leaves the audience breathless during the entire performance, showing – once more – that it is not technicalities that guarantee the level of a performance, but the quality, the research and the intention of the choreography.

Nicola Campanelli

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