Al Teatro di San Carlo di Napoli in questi giorni è in scena Sogno di una notte di mezza estate con le coreografie di Paul Chalmer, e si  registra un successo clamoroso che ispira numerose riflessioni sulla danza nel Massimo napoletano che, in quanto teatro lirico in attività più antico del mondo, possiede una compagnia di balletto tra le più antiche, dopo quelle di Parigi e San Pietroburgo. Andiamo con ordine a raccontare di uno spettacolo raffinato ma nello stesso tempo entusiasmante perché è riuscito ad unire un’ottima interpretazione dei protagonisti, ad un’eccellente esecuzione musicale dell’orchestra del teatro, diretta da Pietro Borgonovo, ad una coinvolgente regia coreografica di Paul Chalmer che ha proposto in maniera fedele la commedia di Shakespeare scritta nel 1595. C’era il rischio che gli intrighi amorosi e vivaci del primo atto, contrapposti alla loro risoluzione e al divertissement del secondo atto, potessero creare un effetto di rallentamento e stanchezza nello spettacolo.  Invece così non è stato grazie alla brillantezza degli interpreti,  Maia Makhateli, una Titania dolce e raffinata, un incisivo Vito Mazzeo, nel ruolo di Oberon, e di tutta la compagnia di ballo diretta da Giuseppe Picone.  Altro elemento che ha contribuito alla riuscita dello spettacolo è dovuto alla bellezza dei brani coreografici creati sulla partitura originale del Sogno, composta da Felix Mendelssohn Bartholdy, ed alla scelta di altri brani dello stesso autore, che si inseriscono perfettamente nel contesto musicale del balletto, tra cui il primo movimento dalla  Sinfonia Italiana per il quadro mitologico di Paride  e le tre dee, danzato da un sempre  stupefacente Salvatore Manzo (in altre serate apprezzatissimo Puck) e dalle brave  Annalisa Casillo, Adriana Pappalardo e Martina Affaticato. La struttura del balletto, che rispecchia la trama della commedia di Shakespeare, ancor più fedelmente di come fece George Balanchine nella sua celebre versione del 1962,  un modello che ha ispirato Chalmer, è quasi da spettacolo barocco che si fonde con lo stile neoclassico del linguaggio coreico. Infatti l’ambientazione è situata nella antica Atene, in cui si stanno per celebrare le nozze tra il Duca Teseo, un elegante e sempre bravo Alessandro Staiano, e la Regina delle Amazzoni Ippolita, Anna Chiara Amirante, sicura ed espressiva come sempre, ma  è riletta, nella bella scena a più livelli di Pasqualino Marino, realizzata dai tecnici del Teatro San Carlo, e nei costumi di Elena Mannini, in uno stile Seicentesco con cappelli a piume, velluti e calzamaglie a richiamare il Ballet de Court. Il bosco, governato da Oberon  e Titania, che litigano per la contesa di un paggio che ingelosisce il Re delle fate e lo spinge a far innamorare, per dispetto, Titania del contadino Bottom trasformato in asino, è invece il mondo fantastico delle fate e della fantasia, da sempre soggetto ispiratore del balletto classico. La divertente vendetta di Oberon è eseguita per mano del folletto Puck, interpretato in secondo cast da un ottimo Carlo De Martino, sempre molto espressivo oltre che preciso e virtuoso, che si è alternato al già citato Salvatore Manzo e all’altro giovane talento della compagnia, Danilo Notaro.  Nell’obbedire agli ordini di Oberon, il folletto combina dei pasticci e crea confusione tra le due coppie di amici composte da Ermia, Luisa Ieluzzi, che è infelice promessa sposa di Demetrio, Ertugrel Gjoni, ma che, invece, è innamorata e corrisposta da Lisandro, Stanislao Capissi. Il padre di Ermia chiede l’intercessione del Duca Teseo che impone il rispetto delle regole alla fanciulla, che invece, decide di scappare nel bosco con Lisandro. L’amica di Ermia, Elena, Claudia D’Antonio, ama non corrisposta Demetrio, il suo promesso sposo. In questo intrigo, come dicevamo, Puck porta scompiglio usando il fiore incantato che fa innamorare della prima persona che si vede al risveglio e così, i due ragazzi si innamorano di Elena, litigando tra loro e lasciando Ermia nella disperazione. I quattro interpreti sono stati veri, molto teatrali, ma anche ineccepibili nell’esecuzione tecnica di coreografie difficili ma estremamente dinamiche e musicali non solo nei momenti lirici dell’amore ma anche in quelli comici dei litigi.  Oberon impone di ristabilire l’ordine facendo innamorare Demetrio di Elena e ricomponendo due coppie felici. Anche Titania viene liberata dall’incantesimo che l’aveva portata ad innamorarsi di Bottom, trasformato in asino mentre, con i suoi amici, era nel bosco per provare uno spettacolo da presentare  alla corte di Teseo in omaggio delle sue nozze con Ippolita. Il secondo atto è un divertissement ricco di danze in cui Paride sceglie la sua musa, le tre coppie si sposano al suono della celebre marcia nuziale di Mendellshon, i contadini eseguono a corte  il loro spettacolo che diventa una caricatura della triste storia d’amore di Piramo e Tisbe che anticipa, nella morte degli amanti, la storia di Romeo e Giulietta. Non si può non omaggiare Fabio Gison, solista della compagnia serio, generoso e brillante, che con il divertente ruolo en travesti  nelle vesti di Tisbe, lascia l’attività del teatro. Anche  nel bosco, popolato da elfi e fate, si raggiunge l’ordine e l’armonia tra Titania e Oberon. È stato un sogno? Nella fatidica notte estiva di San Giovanni, che celebra il cuore dell’estate, le vicende di umani e personaggi fiabeschi sono state sogni, illusioni o fantasie artistiche, che dei sogni, a volte, sono la rappresentazione? Su questa ambiguità si gioca la commedia di Shakespeare ed il sorprendente balletto di Chalmer che ha avuto il merito, non sempre facile a Napoli, di unire nell’unanime consenso il pubblico degli amanti del balletto e quello dell’opera, grazie alla perfetta simbiosi tra danza, musica e canto interpretato dal soprano Paola Francesca Natale e dal mezzosoprano Miriam Artiaco  e dal coro di voci bianche del teatro diretto da Stefania Rinaldi. La compagnia di ballo si è espressa a livelli artistici di valore internazionale, come ci aveva già detto il coreografo Paul Chalmer che ha trovato il livello della compagine del San Carlo, diretta da un ottimo Giuseppe Picone, di una qualità tecnica e artistica mai vista prima, con la possibilità di raddoppiare ogni ruolo del cast con danzatori di livello pari alla prima scelta. Ecco allora le nostre considerazioni su una compagnia ridotta al numero di solo dodici ballerini stabili e mantenuta in vita da un notevole numeri di aggiunti il cui livello meriterebbe, in molti, casi il riconoscimento di primi ballerini. Stiamo parlando di artisti giovani che stanno sacrificando la loro professionalità e carriera per un ritorno economico molto limitato dalla loro condizione di precari che rischia, inoltre di non poter essere rinnovata. Ci si chiede, allora, il futuro sovrintendente Lissner ha assistito allo spettacolo? Ha intenzione di investire sulla danza che al Teatro di San Carlo, fin dagli anni della sua fondazione nel lontano 1737, per volere di Carlo di Borbone, aveva un ruolo principale accanto al melodramma? Avrà intenzione di riconoscere i meriti di chi ha portato a questi livelli una fraglie compagnia come ha fatto Giuseppe Picone e, invece, dare nuova linfa ad una scuola di ballo, incapace di  partecipare in modo adeguato a piccole scene di contorno in uno spettacolo professionale a cui non sono stati educati negli ultimi anni?  Sono domande importanti che il pubblico entusiasta, una volta tanto rimasto fino alla fine in sala ad attribuire  i giusti applausi agli interpreti, non si è posto ma che gli operatori del settore della danza hanno il dovere di rivolgere al prossimo sovrintendente perchè il teatro napoletano è destinato, da sempre, a vivere di “sing and dance”,  come cantano le ultime note della fantastica partitura di Mendelsshon.

Roberta Albano