La perdita del Paradiso, la caduta, è una storia archetipica che da sempre abita nella sensibilità umana ed ha creato mitologie e narrazioni che dalla Bibbia in poi sono alla base delle varie dottrine religiose, ed in particolare, con il tema del peccato originale e della colpa, del Cristianesimo. L’argomento è trattato da Noa Wertheim in senso laico, ovviamente,  in Paradiso perduto. Leela con una evidenza ed immediatezza che colpisce il pubblico e che si è manifestato entusiasta al debutto dell’11 luglio scorso. Lo spettacolo, ancora oggi in scena, è stato creato per  le manifestazioni di Matera Capitale della Cultura 2019 in sinergia con Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale per la rassegna Pompeii Theatrum Mundi. Il luogo dello spettacolo è già di per se un’ambientazione mitica: il teatro Grande di Pompei, testimone di una distruzione e di una rinascita, che viene messo a disposizione dal Parco Archeologico di Pompei. La compagnia Vertigo utilizza il teatro nella sua totalità sia nella parte inferiore e circolare dell’orchestra, sia nella parte superiore della vera e propria  skené. Uno scivolo collega i due spazi e un altro grande scivolo mobile  movimenta e amplifica lo spazio scenico superiore. La coreografia inizia in modo armonico, i dieci  danzatori sono in diagonale verso un raggio di luce e si muovono sinuosamente, sempre in maniera circolare prima intorno a se stessi e poi in coppia, abbinati in maniera indifferente, senza distinzioni di genere. Il momento ricorda ai più ‘grandicelli’ Ce que l’amour me dit di Maurice Béjart che  per primo mise in scena un’idea di amore puro e sessualmente indistinto tra gli esseri umani. Non è importante che Wertheim citi esplicitamente o meno il brano, la realtà è che la danza ha, come tutte le forme d’arte, un suo immaginario, una sua storia che restano nella mente e nel cuore di chi la vede. Sotto la meravigliosa luna di Pompei l’armonia coreografica si interrompe quasi subito, all’emergere  del desiderio, di qualcosa che spinge più intensamente un uomo verso una donna che lo rifiuta. Da questa disarmonia nascono successive scene in cui i danzatori abbandonano quel movimento circolare che all’inizio aveva creato una suggestiva  catena con le loro braccia, per passare ad una danza che con energie diverse, e diverse gestualità, mette in evidenza le individualità di ciascuno e le dinamiche di incontri e / o scontri a due, a tre, a quattro o di tutto il gruppo. Pur non volendo essere descrittivi è chiaro il momento in cui la compagnia, con le mani di tutti i danzatori, crea un casco, una copertura dentro la quale prima una sola donna, poi a turno tutti, entrano ed escono in una a sorta di imposizione delle mani? Di benedizione? O piuttosto di oppressione sociale che ci vuole parte di una comunità con le sue regole e convenzioni e quindi, allo stesso tempo, con i suoi strumenti di protezione ma anche  di oppressione? Wertheim con il lavoro di co-creazione operato con i suoi interpreti  ci racconta di una trasformazione che passa dall’indifferenziato, all’individuale e che porta all’emergere di tutti i sentimenti: l’amore, l’odio, la paura, la violenza, la vergogna, l’invidia e la vanità, in una lotta incessante tra il desiderio di appartenere ad un tutto e la voglia di distaccarsene. In certi momenti la lotta è disperata e quando fallisce, quando una danzatrice non riesce a sostenere la salita su uno degli scivoli, la caduta è in un solitario e disperato assolo.
Il lavoro presentato dalla compagnia Vertigo è talmente denso e coinvolgente che si potrebbero evidenziare ancora altri  momenti  importanti e d’impatto dello spettacolo: la figura creata da un simpatico effetto ottico in cui due danzatori si muovono uno sull’altro ma sono coperti da uno schermo che li rende una proiezione di un Ego spropositato, o il dialogo diretto con uno di loro con il pubblico in cui  scopre di parlare l’italiano. La conoscenza è un’altra delle tentazioni che provoca la caduta dal Paradiso?…La musica di Ran Bagno è sempre molto ritmica e poco descrittiva, tranne che per la scelta di un tema musicale swing di una canzone del 1940 degli Ink Spots Wee Three (My Eco, my Shadow and Me) che ben rappresenta la lotta tra spirito, corpo e identità che costituisce la “dannazione” della solitudine ed unicità della condizione umana rispetto agli altri esseri viventi. Su queste note si conclude lo spettacolo mentre i danzatori, di nuovo in diagonale, ma ognuno per sé, escono dalla scena. Questa volta citano in maniera palese la  Nelken line o season march  di Pina Baush, quando tutti i danzatori camminavano in sincrono ripetendo gesti che raccontavano il passare della stagioni. Qui la gestualità è meno esplicita ma dalle mani in testa, tipo corona, si passa ad un’onda che, attraversando  il corpo, rende l’individuo drammaticamente vivo e mortale. Il Paradiso perduto. Leela, che ha debuttato a Matera e poi a Pompei in prima mondiale, avrà certamente lunga vita e segna un momento maturo e compiuto della creatività di Noa Wertheim, della ricchezza espressiva della sua compagnia Vertigo che, a ventisette anni dalla sua creazione,  rivendica a pieno titolo il suo posto nella danza di qualità del nuovo Millennio.

Roberta Albano