The White Crow è un film che gli amanti della danza e del balletto non dovrebbero perdere perché racconta la gioventù di uno dei più grandi artisti del Novecento, Rudolf Nureyev. Il film è stato girato dall’attore e regista Ralph Fiennes che ha lavorato alla sceneggiatura con David Hare.  Fiennes oltre dieci anni fa era stato colpito dalla lettura della biografia del ballerino russo scritta da Julie Kavanagh  dal titolo “Rudolf Nureyev: The Life” che da pochi mesi è stata tradotta finalmente anche in Italia da Viviana Carpifave  per la casa editrice La Nave di Teseo. L’elaborazione e la realizzazione del film, però,  non sono stati facili e quindi le riprese sono iniziate solo nel 2017. L’intento del film è di raccontare il momento decisivo nella vita di Nureyev: quando sceglie di restare a Parigi ed abbandonare l’Unione Sovietica il 16 giugno del 1961. La defezione è scatenata dalla scoperta che, invece di continuare la tournée con la compagnia del Kirov verso Londra, gli si ordina di ritornare con gli agenti del KGB a Mosca. È convinto che verrà punito per aver trasgredito le regole di comportamento all’estero, stabilite prima della partenza, per cui i ballerini sovietici non potevano uscire da soli e fraternizzare con gli stranieri. Nelle cinque settimane di permanenza a Parigi Nureyev, invece, conosce tanti colleghi francesi tra cui Pierre Lacotte e Claire Motte e sperimenta l’eccitante vita dei primi anni Sessanta. Ma il film, pur avendo nella scena all’aeroporto Le Bourget di Parigi il clou dell’azione, racconta su tre distinti piani narrativi  come si formi la personalità di Nureyev e perché arrivi a quella decisione. I tre piani temporali affrontano in primo luogo la vita del piccolo Nureyev durante la guerra negli anni ’40 tra miseria e privazioni e il difficile rapporto con il padre che si contrappone alla scoperta di un mondo magico rappresentato dal teatro e dalla danza. Ci sono poi gli anni di San Pietroburgo all’Accademia Vaganova in cui Nureyev cerca in tutti i modi di studiare ossessivamente con il maestro Pushkin per recuperare gli svantaggi di un avvicinamento tardivo al balletto ma che sono anche gli anni della sua formazione culturale in una Russia che, dopo la morte di Stalin, spera di vivere una illusoria apertura con Krusciov. Infine è narrato il periodo di Parigi che non solo rappresenta la scoperta del mondo occidentale ma anche  la conferma del suo straordinario talento e del suo successo con il pubblico francese che sente di aver riscoperto, dopo cinquanta anni, un nuovo Nijinsky. La narrazione cinematografica non è però enfatica, è controllata ma resa dinamica proprio grazie all’alternarsi dei diversi momenti della vita di Nureyev che non seguono un senso cronologico, ma piuttosto quello della maturazione psicologica del ballerino. Seguendo la meticolosa biografia della Kavanagh, si sarebbe potuto calcare di più sul contrasto con il volere paterno che vedeva in Rudolf un futuro capofamiglia ed era contrario alla sua passione per la danza, motivo che esasperò forse l’insofferenza di Nureyev per l’autorità e le regole. Si sarebbe potuto sottolineare maggiormente il disagio di Nureyev nella scoperta e accettazione della propria sessualità, come è stato  raccontato in libri usciti dopo la sua morte, in maniera fin troppo eccessiva,  invece il film è lieve e, come in un balletto classico, allude con eleganza e sensibilità alle contraddizioni del personaggio facendone risaltare la straordinaria volontà nello sviluppare la sua crescita artistica ma anche la sua fragilità caratteriale. Il film si ferma lì dove finisce la vita di un giovane ballerino russo timido ma volitivo, e dove inizia quello di una star che porterà il balletto classico ad una celebrità mai raggiunta in precedenza. Nel contrasto tra la volontà di Nureyev di potersi esprimere artisticamente e individualmente come persona e il dovere di Strizhevsky, l’ufficiale del KGB, che quell’individualismo e quella febbre artistica deve controllare e gestire, si condensa l’essenza dell’opera di Fiennes. Il Corvo bianco (The white crow) è appunto chi si distingue dagli altri.

Anche se è praticamente impossibile riprodurre il carisma e il fascino di Nureyev, il ballerino ucraino Oleg Ivenko, che lo interpreta, riesce con autenticità a riprodurre le sue emozioni nei momenti salienti del film. Tra i protagonisti è presente anche Sergei Polunin che è Yuri Soloviev, collega e amico di Nureyev negli anni dell’Accademia Vaganova e della compagnia del Kirov. Soloviev è il contraltare artistico e caratteriale di Nureyev: è il tipo di ballerino naturalmente dotato che ha studiato seguendo tutti i criteri della formazione all’Accademia Vaganova, che aveva frequentato fin da bambino, ma che non possiede l’energia espressiva e seduttiva che Nureyev emanava sulla scena. Rappresenta, inoltre, l’artista sottomesso al regime che ne rispetta fedelmente le regole e che poi, cosa che nel film non compare, morirà suicida circa dieci anni dopo la defezione dell’amico. Ralph Fiennes, attore straordinario e noto per le sue metamorfosi (oltre all’aver partecipato a The Schlinder’s list, è stato il terribile  Voldemort della serie di Harry Potter), ha riservato per sé il ruolo del maestro Alexander Pushkin che, insieme alla moglie Xenia, prese sotto la sua ala protettiva Nureyev e gli permise di evolvere tecnicamente e culturalmente. La vita di Rudolf Nureyev dopo la scelta di restare in Occidente è nota ed è stata universalmente celebrata, sia per le sue straordinarie avventure artistiche in coppia con Margot Fonteyn e tantissime altre star internazionali, tra cui le nostre Fracci, Cosi e Terabust, sia per gli aspetti innovativi con cui ha sconvolto il compassato mondo del balletto ed ha trasformato la figura maschile del danzatore, sia, infine, per le  sue avventure erotico-sentimentali,  per cui il film potrebbe avere un seguito, non con una singola pellicola, ma  con numerose stagioni di una serie televisiva a lui dedicata!

Roberta Albano